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11月12日 StopChiedo scusa a tutti per l'annuncio che sto per dare..credetemi è doloroso anche per me.
Ultimamente sono stata malata, pertanto ho saltato quattro giorni di scuola (che in novembre del quarto ginnasio sono qualcosa di molto simile ad un abisso) dunque smetterò (sigh) di scrivere per un pò in modo da recuperare gli argomenti persi.
Voi attendete fiduciosi ^^ 11月6日 SedicesimoEra qualcosa come le undici di sera e stavo rileggendo la scaletta che io e Cloud avevamo stilato. C’erano i miei Green Day e i miei Pink Floyd, mischiati uniformemente ai suoi Muse e ai suoi AC/DC. <<Gli eisì-dissì.>> bofonchiai sola nella stanza. Non era propriamente alla scaletta che pensavo. Pensavo a Janie. Mi scossi e mi andai a inginocchiare vicino al mio letto: da sotto di esso trascinai fuori una scatola da scarpe di cartone bianco. La scoperchiai, dopo averla poggiata sul copriletto, rivelando un fascio di spartiti (alcuni scritti a mano, altri stampati), che in quanto a volume non aveva niente da invidiare a una Treccani. In cima c’erano gli spartiti che mi aveva regalato Cloud, ancora legati dal nastro nero; slacciai il nodo e mi avvolsi il nastro intorno al polso legandolo come un braccialetto, ance se mi sentivo come se avessi una luce al neon che lampeggiava: patetica, patetica. Fatto questo, spostai gli spartiti di Cloud e presi i miei. Erano moltissimi, accumulati in sette anni di strimpellate. Avrei dovuto adattarle tutte alla chitarra elettrica. Bel lavoro che mi si prospettava. Credo che in mezzo ci fossero anche melodie che avevo scritto io, ma che avevo abbandonato da tempo, conservandole solo per ricordo. Cercai le canzoni che figuravano nella scaletta, e pescai dalla scatola “Wish You Were Here”, “Knockin’ On Heaven’s Doors” e “Time Is Running Out”. Già immaginavo quella bellissima canzone cantata dall’angelica voce di Cloud. Okay, questa era sdolcinata. Fu con quel pensiero, seppur sdolcinato, mischiato a quello rivolto a Janie, che mi addormentai finalmente.
Stesso parco, forse stessa panchina. La scena era più o meno quella del giorno prima (avevo un nastro al polso in più), io seduta a far dondolare i piedi aspettando Cloud, sempre con gli auricolari. L’ora non era la stessa, era di mattina invece che pomeriggio. Ancora una volta non ero entrata, non trovando il coraggio. Mi ripromisi che il giorno dopo avrei raccolto quel che definivo dignità e l’avrei smessa di nascondermi dietro alberi o muretti quando incontravo Claire. Il fatto è che partivo da casa piena di buona volontà e di voglia di fare pace, le quali andavano scemando man mano che mi avvicinavo a scuola. Davanti al portone pensavo soltanto a dove potevo rifugiarmi invece di entrare. Mentre ascoltavo Everybody Hurts dei Rem una mano – pallida e perfetta – mi tolse una cuffietta. Era lui. Mi sembrò più splendido che mai. Si sedette accanto a me canticchiando la canzone che ora stavamo ascoltando insieme. I capelli corvini ricadevano sul lato sinistro del volto dandogli un’aria scherzosa, e il pallore del volto era enfatizzato dagli occhi neri e le leggere occhiaie. Le labbra sottili erano stese in un leggero sorrisetto, come a chiedersi che diavolo avessi da guardare. Dio, com’era bello e com’era dolce. E simpatico. Cominciai decisamente a perdere il controllo di me stessa quando sollevai le mani, e le poggiai sulle sue guance. Andai completamente in delirio quando poggiai la bocca sulla sua, ispirata da quella bellissima canzone. In altre parole, lo baciai.
E dopo? Che successe dopo? Ci mettemmo insieme giurandoci amore eterno? Ci abbracciammo stretti e crollammo sdraiati sulla panchina pomiciando? Niente di tutto ciò, purtroppo. Il contatto durò circa due secondi, poi Cloud mi poggiò le mani sulle spalle e mi allontanò da sé staccandomi. <<Alex?>> mormorò <<Cosa fai?>> Avevamo ancora una cuffietta ciascuno ma oramai non l’ascoltavo più. Ero alquanto confusa. Poi affiorò il dolore dal profondo del petto, misto ad un’altra sensazione. Mi sentivo, come dire, rifiutata. Non mi voleva. Io mi tolsi il mio auricolare e lo guardai. Non era tanto stupito, se lo aspettava. Andy me l’aveva detto, lo sapeva. Però comunque Cloud aveva fatto tutte quelle allusioni. “Piccolina”, “non sei niente male” e “ti consolo io”… e le risatine e gli sguardi… Era stata tutta colpa sua, se non avesse fatto tutta quella messa in scena io non avrei mai fatto quella che oso definire la cavolata del mese. Accanto alle altre due sensazioni arrivò anche, tanto per unirsi alla festa, la rabbia del disilluso. In altre parole, avevo in testa una bestia infuriata che saltava su e giù ed era in preda a furia omicida verso Cloud. <<E’ colpa sua!>> strillava <<E’ stata tutta colpa sua!>> Io, da parte mia, non reagivo. Guardavo Cloud con occhi vuoti e lui ricambiava lo sguardo. Mi sembrava di sentire la voce di Saw l’Enigmista: <<Fine del gioco.>> Ma non me l’ero aspettato? 10月30日 QuindicesimoUn capitolo per voi a mò di "dolcetto o scherzetto?"...Sarà un dolcetto o uno scherzetto? MAH.
Passai un po’ di tempo a casa a tentare di prendere la mano con la chitarra elettrica nuova, ma dopo aver ricevuto ripetute lamentele dai vicini, abbandonai il progetto e mi preparai a lunghi viaggi nel garage di Cloud per poter provare in santa pace. La qual cosa non mi dispiaceva per niente, ma avrei dovuto procurarmi un abbonamento al tram. Visto che ero sola in casa, e cominciavo ad avere un certo languorino, tirai fuori dal freezer una pizza congelata alle acciughe. Mentre guardavo la pizza che ruotava nel microonde mi misi a fantasticare. Oh che bello, al parco con Cloud. L’importanza dell’avvenimento oscurava perfino il litigio con Claire. Brutto segno. Non dovevo continuare a tenerla in second’ordine, anzi dovevo risolvere il problema. O credere di risolverlo, come sosteneva una band degli anni Novanta. Giocherellai con il plettro, passandomelo da una mano all’altra. Avevo notato che Cloud era alquanto incline a stuzzicarmi. Ogni tanto mi sfiorava e poi si metteva a ridere. E quello che mi aveva detto Andy…dava da pensare. Avevo previsto, precedentemente, due strade: o gli piacevo (volesse il cielo) o non gli piacevo e sarebbe stata un’ennesima delusione, nonché il molto probabile crollo del nostro neonato gruppo. Invece Cloud sceglieva il silenzio. Infilai i guanti da forno e tirai fuori la pizza. Rapida, prima di scottarmi, la poggiai sul tavolo. Servendomi di un coltello, staccai la pizza dalla teglia (come al solito, avevo messo troppo poco olio: conseguenza, pizza attaccata alla teglia peggio che se ci avessi messo la colla) e la poggiai in un piatto, poi la piegai in due e cominciai a mangiare. Con lo stomaco pieno ovviamente mi sentivo molto più audace. Mi feci coraggio pensando che si trattava solo di una situazione di stallo. Prima o poi avrebbe aperto la boccuccia, il ragazzo. E avrebbe parlato. Un paio d’ore dopo ero di fronte al mio solito dramma, vale a dire cosa mettermi. Stranamente questo dramma si presentava solamente quando dovevo incontrare Cloud. Casualità. Decisamente avrei dovuto rinnovare il guardaroba. Con lui volevo avere a disposizione altro che magliette e jeans, anche se abbastanza attillati. Avrei dovuto procurarmi una gonna? No, calma, stiamo pur sempre parlando di me. <<Tu non stai bene.>> dissi alla Alex nello specchio toccandole il naso. Lei mi imitò, però la sua mano fu frenata dal vetro dello specchio. Lo trovai estremamente irritante da parte sua. Finii per scegliere i soliti jeans e una maglietta nera un po’ da punk con la scritta You’re only one of the boys. Mai messa una roba del genere. Di quel passo mi sarei messa perfino la famosa gonna. Mi feci trovare al parco all’ora stabilita. Ero leggermente in ansia, certo non a livelli parossistici come una settimana fa. Mi sedetti su una panchina verniciata di verde e feci dondolare le gambe. Mi misi a tracciare righi nella ghiaia con gli anfibi neri. Notai che i lacci di una scarpa erano bianchi e quelli dell’altra azzurri: in origine erano tutt’e due bianchi, solo che avevo usato i lacci della scarpa destra per aggiustare uno spallaccio rotto dello zaino. Sperai che Cloud non lo notasse, e siccome il signorino tardava, mi infilai gli auricolari del lettore mp3. Scelsi Wish You Were Here dei Pink Floyd. Alto effetto calmante. Come sempre, la musica mi fece entrare in uno stato molto simile alla trance. Dopo che avevo ormai iniziato a canticchiare il ritornello (testo superbo, a mio parere) una mano familiare, pallida e perfetta mi tolse la cuffietta destra. Era lui. E sorrideva, affabile. Trattenni la voglia che avevo di baciarlo e sorrisi a mia volta. <<Sei in ritardo, ragazzino.>> Lui rise. Fu meraviglioso, ma come tutte le cose belle, finì. <<Ok, questa me la meritavo. Allora chitarrista? Che mi racconti?>> Tentai di comportarmi da persona normale e pertanto condurre una normale conversazione. Provai a pensare che al posto di Cloud ci fosse Louis. Che diamine, anche Lou era un bel ragazzo, perché con lui riuscivo a essere me stessa e con Cloud no? <<Mah, niente di particolare. Tua sorella è lì lì per convolare a nozze con Lou.>> <<Lou?>> <<Ah! Non mi piace.>> Io raccolsi un po’ di coraggio e gli arruffai il ciuffo corvino. <<Che carino, sei geloso!>> <<Nah.>> Mi afferrò la mano e me la scostò dai capelli. Ma non la lasciò. Cloud mi fissava concentrato e io mi sentivo sciogliere dentro. Una tipetta disfattista annidata in un angolo del mio cervello bofonchiava <<Aha. Adesso sicuramente fai una figuraccia colossale.>> Io per la prima volta in vita mia riuscii a zittirla. Cloud avvicinò il volto al mio.
Cloud mi mise una mano sulla fronte e la sollevò tenendo una coccinella sull’anulare. Dopodiché rimise il volto a distanza normale e fissò l’insettaccio maledetto sul suo dito. Io ero rimasta ferma lì a occhi spalancati e con il cuore che batteva forte forte. Ci rimasi un po’ male, lo ammetto. Quel maledetto ragazzo. Cloud mi mostrò l’insetto. <<Vedi? Si era messo sotto il tuo ciuffo.>> Si era avvicinato solo per prendere il dannato insetto. Bleah. Tentai di cambiare argomento. Gli porsi il mio lettore mp3. <<Come apertura io suggerirei qualcosa di caratteristico.>> Gli porsi un auricolare e insieme ascoltammo Piccola Stella Senza Cielo. Tutto ciò era assai romantico (probabilmente sembravamo una coppietta che ascoltava la propria canzone storica). Peccato fosse a scopi puramente professionali. Continuammo per qualcosa come tre ore ad ascoltare musica, discutere, e in alcuni casi litigare. In effetti notai che era un ragazzo simpatico oltre che un gran bel figliuolo. Aveva un modo accattivante di parlare. A tratti era dolce. Quando gli feci ascoltare True Colours di Cindy Lauper, lui mi strappò di mano il lettore e premette il tasto stop. La canzone era iniziata soltanto da dieci secondi. Sembrava turbato e triste. Chinò la testa. Io nonostante fossi una tonta, capii che qualcosa non quadrava. <<Ehm, Cloud? Qualcosa che…non va?>> Gli poggiai una mano sul braccio, poi dopo qualche esitazione gli presi una mano fra le mie. Lui mi lasciò fare. <<Cloud?>> Continuava a tenere la testa bassa. Poi parlò. <<Io…la mia ragazza…cioè…>> Eccoci. Avrei preferito non affrontare simili argomenti, ma tentai. Tentai. Lui sospirò. <<Cloud…guarda che se non vuoi, io…>> <<Shh, piccolina.>> Io avvertii un brivido lungo la spina dorsale. <<Vedi, lei mi ha…lasciato…per…>> Scossa, lo vidi lottare contro le sue stesse parole che rifiutavano di scorrere. Non l’avevo mai visto così. <<Per un altro…sai.>>
<<Io, scusami…>> <<Non hai colpa, ragazzina.>> disse lui sorridendo. Ero seriamente mortificata. Mi sentivo in gola un senso di colpa opprimente. Complimenti Alex. Guarda che hai fatto. Un po’ come quando a sei anni, avevo tirato giù dal tavolo una teiera, l’avevo fatta cadere e quella si era rotta in mille pezza. Mia madre, al fragore, era accorsa. Si era sbattuta la mano sulla fronte e aveva sbottato: <<Oh Ale, guarda che hai fatto!>> Ai miei occhi di bambina rompere una teiera era una colpa imperdonabile: in quel momento mi sentivo più o meno come allora. Raccolsi un po’ di coraggio, poi lasciai la sua mano e lo abbracciai. Ero felicissima di essere così a stretto contatto con lui, però allo stesso tempo ero colma di tristezza. Dubitavo di riuscire a meritare una simile devozione da parte sua. Da nessuno. Mi chiesi come avesse potuto una ragazza lasciare Cloud. Invidiai tutta la sua fortuna: dove aveva trovato un ragazzo migliore? Come? Dubitavo potesse esistere anche in parecchio tempo di sogni. <<Ehi, basta adesso.>> dissi io, accarazzendogli la testa. Lo presi per le spalle e lo spinsi piano verso lo schienale della panchina, anche se avrei voluto stringerlo ancora più forte. <<Ci piaceva tanto ascoltare True Colours.>> Per quanto avessi l’impressione che tutto ciò fosse smisuratamente patetico, non riuscivo a trovarci nulla da ridere. Cloud si mise una mano sugli occhi. <<Preferirei non ne parlassi ad Andy e Maddie.>> disse con lo sguardo basso. <<Sai…loro mi hanno sempre fatto una testa così sul fatto che avrei dovuto dimenticare Janie.>> <<Janie?>> <<Lei.>> <<Ah.>> Tacqui. Lui, evidentemente, in vena di confidenze, tirò fuori una foto dal portafogli. La foto raffigurava una ragazza bionda, che sarebbe potuta tranquillamente uscire da un cartellone pubblicitario. Gli occhi sottili e gli zigomi alti le conferivano un che di orientale. I capelli, trattenuti da una fascia azzurra come i suoi occhi grandi e limpidi, erano biondo cenere e lasciavano scoperto il volto dai lineamenti perfetti. Il naso era dritto e sottile, e le labbra erano piene e socchiuse in un sorriso accattivante. Il nome Janie le si addiceva abbastanza. Insieme dovevano essere stati una bellissima coppia. Molto più di quanto potessi sperare ad eguagliare. Figuriamoci a superare. Confrontai mentalmente me stessa con Janie: capelli castano scuro, lunghezza media, occhi neri e occidentalissimi, e mi mancava la maggior parte delle curve di cui Janie disponeva in abbondanza. <<E’ bellissima>> disse lui con un sorriso nostalgico. Poi sospirò. <<Sì.>> risposi, sospirando a mia volta <<Lo è.>>
Ho lavorato come una matta per fare questo capitolo <_< Come risultato ho preso un cinque in storia perchè invece di studiare ho scritto <_< Mannaggia. 10月26日 QuattordicesimoCiao ragazziiiiiii >.< Vi sono mancata eh?! U_U (bisbiglio: "sì certo, come no")...
Per cominciare ecco a voi un disegno fatto dalla bravissima Ludo, alias RockRose, che ha disegnato Alex senza leggere NULLA, dunque l'ha fatta secondo il suo stile estremamente dark...o punk? Insomma uno stile che finisce per k ^^'' - - > disegno Sappiate che Alex NON me la immagino così, ma come nella fototessera, però è un disegno talmente bello che mi sembrava giusto postarlo =P
Certo che è una settimana che non posto più O.O Mi ricorda i tempi dell'estate in cui mettevo un capitolo al mese xD Vabbè ero sempre in giro around the world.
Lettori: <<Aliiiiiii, fuori dalle scatole, siamo qui per leggere di Alex!>>
Mi sembra ragionevole.
<<Quello che non capisco>> dissi a Louis più tardi, in strada. <<E’ perché alla mia festa di compleanno non mi hanno detto niente>> Non eravamo entrati in classe: lui aveva deciso che io avevo bisogno di una mattinata di riposo e avevo accettato. Ce n’eravamo tornati per la strada ed eravamo andati a sederci sul muricciolo che correva tutto intorno al perimetro di una piazza lì vicino. In altre parole avevamo deciso di marinare. <<Probabilmente ti volevano ancora abbastanza bene da non volerti rovinare i diciotto anni. Poi però domenica non hai chiamato per ringraziare dei regali né niente, e per di più alla festa sei stata quasi sempre con loro tre. E’ stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso.>> <<…falsi>> dissi con amarezza. Sì, come no. Ero io ad avere torto, e lo sapevo. <<Lou, parli come se adesso mi odiassero.>> <<Diciamo che un po’ ti disprezzano.>> <<Solo un po’?>> chiesi, distogliendo lo sguardo. Non avevo intenzione di piangere. Louis, per l’ennesima volta, mi comprese al volo (la cosa cominciava ad infastidirmi, però ammettiamolo, era estremamente funzionale). <<Sai cosa facciamo? Andiamo a trovare Maddie.>> Mad: lei avrebbe saputo cosa fare, ne ero certa ora che ci pensavo. <<Ma in casa ci sarà anche Cloud>> precisai. <<E allora?>> <<E allora adesso non lo voglio vedere. Potrei arrabbiarmi con lui.>> Guardai il mio amico. Lui si era occupato di me quella mattina e ne avevo abbastanza di fare la donzella bisognosa di aiuto. Non mi si addiceva, volevo fare il cavaliere. Tentai uno scambio di ruoli. <<Tu piuttosto, racconta un po’. Hai telefonato a Maddie?>> <<Non è importante.>> <<Che ti è preso stamattina? Mi sembri un gentleman.>> <<Beh, mi ha telefonato ieri pomeriggio e mi ha chiesto di uscire mercoledì sera.>> <<…e tu?>> <<E io le ho risposto di sì. Lei è stata zitta per un po’…poi mi ha detto che le piacevo e subito mi ha riattaccato il telefono in faccia.>> Feci un sorriso storto. Per quanto conoscevo Maddie, era proprio tipico. <<Sono felice per te, Lou.>> Una punta di amarezza c’era nella mia voce, ma lui non diede segno di essersene accorto. <<Anch’io sono felice per me!>> esclamò. Ci mancava solamente la coppia Louis – Maddie, oltre a Nicki – Andy. Bah, tutto questo amore in giro mi deprimeva. <<Allora andiamo da Andy>> proposi, scendendo di slancio dal muricciolo. Ero sicura che Andy, anche se non sapeva nulla, sarebbe riuscito a farmi scordare i guai con la sua ironia particolare. <<Da Andy?>> <<Preferivi andare da Mad, eh?>>Risi per la prima volta in quella mattinata orrenda ma, come si dice, rido per non piangere. <<Dai, Andy ti piacerà. È simpatico.>> <<Bah.>> Solo dieci minuti dopo bussavo alla porta di Andy. Lui ci venne ad aprire con ancora il pigiama. Effettivamente per uno che non andava a scuola era prestino: specialmente per uno pigro come lui. Erano solo le nove. <<Ragazzina, non dovresti essere a scuola?>> disse, e si stropicciò teatralmente gli occhi. Non gli diedi peso. <<Andy, ti presento Louis. Louis, Andy.>> Lou era un po’ più alto del mio amico biondo e mingherlino, così si permise un sorrisetto. Andy lo ignorò beatamente. <<E mi svegli a quest’ora per presentarmi lui?>> <<Oggi ci siamo presi un po’ di ferie, quindi chiedo asilo a nome di entrambi.>> entrai, tirandomi dietro Lou, nella cucina – sala da pranzo eccetera eccetera e ci accomodammo sul divanetto. <<Oh, dico, fate come se foste a casa vostra.>> disse il padrone di casa. <<Già fatto.>> replicò Louis strafottente. <<Alex, non mi piace il tuo amico.>> Ci guardammo tutti e tre per qualche secondo, dopo scoppiammo a ridere. Stavolta la mia era una risata sincera. Stranamente, con Andy tutto mi sembrava sotto una luce migliore. Mentre ancora ridevamo suonò il campanello. <<Oh, ma che è, tutti stamattina?>> fu il commento in finto romanesco del mio “angelo custode”. Quante volte mi aveva salvato dalle figuracce? Certo, in alcuni casi non ce l’aveva fatta. Però io in alcuni casi sono irrecuperabile. Quella che entrò, con il solito fracasso, fu Maddie. Ma certo. Se Louis non va a Maddie, Maddie va a Louis. Non aveva ancora finito di salutare che avvistò il mio amico. L’espressione che fece fu a dir poco impagabile. Un sorrisetto scemo le allungò le labbra e diventò rossa come un’aragosta. Se io avevo quella faccia ogni volta che guardavo Cloud, c’era da andare a nascondersi. Notai che Lou aveva l’identica espressione demenziale. Io ed Andy ci scambiammo un’occhiata complice. <<Lou, non dovevi andare a comprare…uh…le sigarette?>> dissi io con espressione da tonta. Lui mi fissò con aria assente. <<Non fumo.>> <<Tu vacci, che Mad ti accompagna.>> intervenne Andy, ricorrendo a termini più espliciti. <<Ma certo, ti…accompagno io!>> disse Maddie raggiante. Lui finalmente capì che era un modo per farli stare da soli, balzò in piedi e uscirono insieme, uno più farfugliante dell’altro. Andy si lasciò cadere accanto a me sul divano, nel posto prima occupato da Louis. <<Maddie mi telefona ad ogni orario per parlarmi di quel tal…come si chiama?>> <<Louis.>> <<Louis. Quanto è dolce, quanto è figo…chiamatemi un dottore.>> Lou dolce mi giungeva nuova. Come dire cane a cinque zampe. <<Dì, non sarai mica geloso?>> lo stuzzicai. <<Tu sei pazza. Mad è una mia buona amica.>> Le parole “buona amica” mi fecero tornare alla mente ciò che era successo quella mattina. Mi affrettai a rispondere. <<Ma certo…lo so.>> Evidentemente un’ombra passò sul mio volto perché Andy subito mi chiese: <<Uhm…Alex…qualcosa non va?>> Eccone un altro. O ero io a scegliermi degli amici sensitivi o avevo qualche problema a nascondere quello che pensavo. Non ci fu bisogno di molto tempo prima di raccontargli tutto. Compresa la mia cottarella per Cloud. Così ci rimasi un po’ quando scoprii che lo sapeva già. <<Credi seriamente che io sia nato ieri? Si capisce un miglio lontano che ci stai male per lui…>> Arrossii violentemente, come se qualcuno mi avesse poggiato una piastra sulla guancia. Era da quando avevo tredici anni che non arrossivo così, pensavo di essere riuscita a smettere. Peggio del fumo, ci ricadevo sempre. <<Anche lui se n’è accorto?>> <<Chi? Cloud?>> Andy quando faceva così mi faceva venire i vermi. Faceva finta di non capire, il signorino. Un sorrisetto gli rendeva la faccia proprio da schiaffi. <<Cloud.>> dissi mantenendo la calma. <<Pensavo altra gente.>> rispose ridacchiando e tacque. Io feci per mettergli le mani alla gola, e lui subito alzò le mani in segno di tregua. Io chiamai a raccolta tutti i santi che ricordavo e pregai rispondesse di no. <<Secondo me lo sa.>> <<Oh.>> i santi dovevano essere troppo occupati a organizzare la pace nel mondo, la vita dopo la morte e altre sciocchezze simili per ricordarsi di me. <<E…cosa ne dice?>> Andy si strinse nelle spalle: <<Non dice. Perlomeno con me non ne parla mai, e per quanto ne so neanche con Maddie.>> Questo cosa mi significava? Non l’avevo previsto affatto. <<Io al posto tuo non mi preoccuperei di Cloud.>> continuò lui, premendomi un dito sul naso. <<Piuttosto di quei tuoi cosiddetti amici.>> <<Uffa, quante rogne>> borbottai <<Beh, stamattina non siamo andati a scuola e va bene così, ma per un’altra settimana li dovrò sopportare tutta la mattinata.>> chiusi gli occhi <<Per non parlare di quando andremo a suonare alla festa.>> <<E Louis?>> <<E’ in un’altra sezione.>> dissi alzando le spalle. Maledetta sfiga. Ma perché in quell’ultima settimana tutto mi andava storto? Ero riuscita a evitare problemi per tutto l’anno scolastico! Senza quasi che mi accorgessi di cominciare, cominciai a fare una cosa che odiavo, specialmente in pubblico. Mi misi a piangere. Inizialmente scorsero solo lacrime silenziose, poi arrivarono anche i maledetti singhiozzi, quelli che anche dopo che avevi finito restavano un po’, mentre parlavi. <<Cosa sono questi piagnistei?>> Andy mi scostò le mani dal volto, dove le avevo messe per nascondere il pianto. <<Domani è un altro giorno.>> disse, impostando la voce su un tono da vecchio attore. <<Ma va’ col vento.>> bofonchiai. Lui rise e mi strinse forte. Caro vecchio Andy.
Ridendo, scherzando (e un po’ piagnucolando) a casa di Andy si era fatta l’una del pomeriggio, ora di tornare a casetta. Louis non si era visto (evvai! Avevamo un’altra coppia!) così me ne tornai a casa da sola. Avrei dovuto giustificare l’assenza il giorno dopo, ma quello per fortuna era l’ultimo dei miei pensieri – e poi ero maggiorenne. Ma oramai facevo la firma di mia madre meglio di lei stessa. Mi ero un po’ ripresa dallo shock della mattina, quando quasi feci un capitombolo dalla sorpresa. Il cellulare squillava e fin qui okay: il nome sullo schermo però era di Cloud. Senza nemmeno accorgermene mi ero fermata nel bel mezzo della strada con il cellulare in mano…e la bocca aperta. Mi decisi. <<Pr…pronto?>> <<Carissima!>> Un sorriso scemo mi allungò le labbra. Fu cancellato subito da un clacson furioso che mise a serio rischio i miei timpani – era la seconda volta quel giorno! Mi affrettai a raggiungere il marciapiede. <<Alex…ehm..sei in mezzo alla pista di un campionato automobilistico?>> <<Uh, no, niente. Comunque, dica pure.>> <<Ascolta piccola…>> Oh, Dio. <<Ti dispiace venire da me tra un paio d’orette? Alle tre? Abbiamo da stilare la nostra scaletta per quella tiranna di Nicki.>> Ah, già. Me ne stavo anche dimenticando. Tonta. Però ci sarebbe stata Maddie a casa sua e mi sarei sentita perennemente in imbarazzo. <<Perché invece non ci andiamo a fare una passeggiata nel parco?>> <<Perfetto.>> replicò lui. La giornata prometteva di migliorare, almeno un po’, dopo l’inizio catastrofico.
Vi vedo, sapete. State sperando che per Alex sia stata solo una breve parentesi negativa e che presto tornerà tutto rose e fiori come all'inizio. State per scoprire una parte di me CRUDELE con i personaggi. Yeah ;) - - > il sette in epica mi rende euforica *-* 10月19日 TredicesimoCiao lettori! Vi presento un capitolo pieno di EXTRA! Yeah xD Oddio Alice è diventata pazza O.o
Allora FIRST OF ALL: il premio Nobel a tutti voi xD Per avermi seguita fin qui - - > premio Nobel
Poi visto che non ho niente da fare xD - - > la fototessera di Alex
Oddio che cavolata -.- Comunque visto che lo scorso capitolo ero un pò scoraggiata volevo ringraziare le ragazze che mi hanno convinta a continuare. Sapete comincio a credere che per questa storia valga davvero la pena =) Grazie a Lucy, Maria, Kepi, Elena, Chubby, Marty, Regina (- - > è il suo nickname ma questo nome mi piace troppo xD), Fede, Becky e loro sono le lettrici online...e non dimentichiamo la mia lettrice favorita Yly senza il cui consenso non pubblico nulla xD Come dice Stephen King ogni scrittore (o aspirante xD) scrive immaginando un lettore ideale, tu sei il mio Yly :)...
Insomma se non ci foste voi io forse avrei abbandonato =) Quindi grazie. Adesso prendetevi questo bel capitolo, yeah ;)
Un po’ dopo, fuori dal ristorante eravamo tutti e cinque seduti su una panchina a lato della strada, Nicki in braccio ad Andy. Dando un’occhiata all’orologio, constatai che ci avevamo messo solo un’ora e mezzo a farci cacciare. Okay, a farci “pregare di togliere il disturbo”. La conversazione languiva. Tanto per dire qualcosa, chiesi a Nicole: <<Da quanto tempo state insieme?>> Lei ed Andy si strinsero: <<Due anni>> esclamò lui. Ebbi una fugace visione di me e Cloud al posto loro. Per scacciarla, chiusi gli occhi e li riaprii velocemente, scuotendo impercettibilmente la testa. Certe fantasie andavano tagliate alla radice prima di diventare troppo dolorose. Per cambiare argomento, feci a Nicole un po’ di domande più personali, e in effetti concentrandomi sulle risposte il nodo di invidia che avevo in gola sembrava sciogliersi. Scoprii che Nicki aveva, come avevo supposto, la mia stessa età. In sintesi, era la tipica brava ragazza: liceo classico, ottima media, buona famiglia…così mi stupii non poco quando tra le chiacchiere, colsi la frase: <<…la mia passione sono i murales.>> Ci rimasi un po’ di stucco. Io adoravo i murales. <<Non è che potrei venire anch’io con te quando ne fai, uno di questi giorni? Mi piacciono i murales>> <<Sicuro! Uscire alle tre di notte da sola mi ha sempre fatto un po’ paura…sarà carino avere un po’ di compagnia.>> Alle tre di notte? Questo mi rappresentava un problema. Nicole viveva da sola, anche se aveva compiuto diciotto anni solo in febbraio, quindi per lei non era di impiccio uscire a quegli orari. Io invece…ehm! Ci avrei pensato poi. Sperando solo di non dover ricorrere a soluzioni improvvisate come quando avevo rotto la chitarra. <<Tornando a cose serie…come possiamo fare per proporci alla festa come…>> Maddie sbadigliò mentre parlava <<…brillante gruppo emergente?>> <<Beh, c’era un annuncio in bacheca>> dissi io, assumendo il ruolo di inviata in terra straniera <<Alla data di scadenza mancano due settimane, cioè praticamente due giorni prima della festa. Bisogna presentarsi in presidenza.>> <<Ah ma se mancano due settimane…>> Tutti si rilassarono. <<Sì ma con scaletta pronta e prove già fatte.>> puntualizzai. Tutti scattarono in piedi; Andy fece quasi cadere Nicole. Evidentemente la situazione era grave se commetteva una tal blasfemia. <<Due settimane?!>> <<Con scaletta e prove?!>> L’ultima frase, notai, non aveva il punto interrogativo. Almeno il beneficio del dubbio potevano lasciarlo, alla mia sanità mentale. Maddie mi afferrò per le spalle e cominciò a scuotermi. <<Noi non abbiamo ancora deciso cosa suonare! Non abbiamo ancora deciso il nome del gruppo! Renditi conto, pazza furiosa!>> <<Non l’ho decisa mica io la scadenza!>> protestai. <<E dirlo prima? No, eh?!>> Nicole adottò subito l’atteggiamento da manager e prese in mano la situazione. <<Calma – per – piacere!>> gridò e si piazzò davanti a noialtri quattro. L’immagine di Nicki, così esile e delicata, con le mani sui fianchi tipo generale dell’esercito e il faccino arrabbiato era a dir poco bizzarra. <<Allora! Alex e Cloud! La vostra scaletta per dopodomani! Maddie ed Andy>> si addolcì notevolmente nel pronunciare il suo nome. Bah. <<Stessa cosa per voi! E ci ritroviamo dopodomani alle quattro del pomeriggio a casa di Andy! Tutto chiaro?>> <<Abbiamo già fatto la comunione dei beni, amore?>> domandò lui a bassa voce. Erano talmente buffi che non riuscii a reprimere una risatina.
<<Maddie! La freccia! Metti la freccia!>> <<Cosa?>> <<LA FRECCIA, LA FRECCIA!>> Seduta sui gradini di casa mia, mi concedevo un attimo di tranquilla solitudine e ripensavo al viaggio di ritorno in macchina con Maddie. Una scommessa con la sorte, devo dire. Quando Mad alla fine della serata si era offerta di riaccompagnarci tutti a casa in macchina, gli altri si erano…beh, la parola giusta è defilati. Durante i quindici minuti di viaggio avevamo sfiorato due volte il testacoda, e molte altre aveva scordato di guardare il semaforo agli incroci. Avevo sentito più clacson io in quel viaggio che mio padre nelle sue innumerevoli code mattutine per raggiungere il suo ufficio in centro. Sola, al buio, mi concessi un sorriso. Che pazza, Maddie. Mi ricordai di quando l’avevo vista la prima volta, appena una settimana fa. In effetti, l’avevo odiata. Per carattere, mi ricordava tanto Claire. Visto che oramai mi ero avviata per il famoso Viale dei Ricordi, mi soffermai a pensare anche su di lei. Eh sì, ero campionessa olimpica in quanto a rimuginare. La mia migliore amica. Con lei ero cresciuta, mi ero confidata, mi ero alleata, avevamo dormito non so quante volte una a casa dell’altra, scambiandoci in piena notte giudizi più o meno riguardosi sui vari ragazzi. E ora? La stavo dimenticando, lo ammisi con me stessa. Per tutta la settimana non me l’ero praticamente filata, ed alla mia festa avevamo fatto insieme sì e no un cin cin. Solo per correre dietro a quel bel giovanotto di Cloud. Mi sentii meschina. Il giorno dopo sarei andata da lei, mi dissi. Le dovevo delle scuse. Decisa a dormirci su, aprii la porta con le miei chiavi. I miei erano in casa, ed erano solo le dieci e mezza, ma preferivo non disturbare. Me ne andai in camera mia. La chitarra elettrica era dove l’avevo lasciata, accanto al cuscino dove Laurie ora dormiva acciambellato su sé stesso. Mi buttai sul letto. Nonostante il voto appena formulato, mi misi a pensare alla serata appena trascorsa. Cloud mi aveva detto che “non ero niente male”. Uau. Come sempre, persisteva il dubbio che lo avesse detto solo perché aveva capito cosa provava per lui e si volesse divertire. Ritenevo però di aver accolto il complimento con disinvoltura, rispetto al mio standard sicuramente, visto che il mio standard consisteva in andare in brodo di giuggiole e incartarmi e non spiccicare una parola. Cioè, non una che avesse un senso compiuto. E il gruppo (ancora innominato)? Era davvero solo uno strumento per avvicinarmi a Cloud? La musica era sempre stata il mio sogno, fin da quando avevo iniziato a suonare. Adoravo il fatto che semplicemente muovendo le mani sulla chitarra si liberassero nell’aria sogni, emozioni, desideri. Gettai uno sguardo a Laurie. Dormiva pacifico. Bah. Avrei voluto avere anch’io per la testa solo le occupazioni di mangiare e dormire, come lui. Serata di riflessioni, bofonchiai tra me e me. Spensi la luce e chiusi gli occhi, dicendo ciao ai tanti interrogativi almeno per quella notte. L’incontro con Cloud mi ha mandato la routine a gambe all’aria, ebbi il tempo di pensare, prima di crollare addormentata. Se solo il giorno dei provini fossi arrivata in orario!Solito panico, nella vita di Alex, il lunedì mattina. Per me era come una guerra, il lunedì. Per fortuna la scuola stava per terminare. L’ultimo giorno sarebbe stato quel sabato, e una settimana dopo ci sarebbe stata la dannata festa. Solo al pensiero del lavoraccio che ci attendeva per preparare scalette, arrangiamenti, fare le prove del tutto, mi sentivo esausta. In perenne ritardo, mi infilai al volo una leggera felpa blu sopra gli eterni jeans, presi lo zaino e corsi in strada. Mentre mi facevo il solito percorso casa-scuola (lo stesso da quattro lunghi anni) ripassai il discorsetto di scuse che intendevo fare a Claire. Sarebbe stata furiosa. Quell’ultima settimana ero stata alquanto assente con la testa, intenta a ripensare a Cloud. Ricordavo di aver liquidato qualsiasi tentativo di discorso da parte di tutti con “si, certo, okay”. Dovevo essere stata snervante. Fui bruscamente interrotta dai miei pensieri da un clacson rabbioso. Rapida, balzai indietro, mentre macchina che aveva suonato quasi andava a finire fuori strada nel tentativo di evitarmi. Frittella di Alex in via di preparazione, fu il mio commento mentale. <<Ehi, Alex, dico! Sei talmente depressa per il tuo amichetto da aver deciso di farla finita?>> La voce di Louis mi arrivò da dietro mentre ero ancora frastornata. <<Parla piano!>> gli sibilai. <<Comunque per questa volta hai toppato, Lou.>> Ci incamminammo fianco a fianco sulla strada per la scuola. <<Cosa ti assilla?>> <<E’ Claire. Per star dietro a Cloud non sono stata con lei per una settimana e…>> <<…e temi che possa essere arrabbiata con te?>> Sospirai. <<Esattamente.>> <<Beh, non è così. È molto arrabbiata con te. Sta dicendo a tutti che ci hai dimenticati perché hai trovato tre disgraziati che credi migliore di noi perché sono più grandi.>> <<Oh.>> Mi si strinse il cuore. Claire? La mia migliore amica? Passi la chitarra, ma la mia migliore amica? Dovevo proprio scegliere? Bella rogna. Notai un particolare. <<Tu però non sei arrabbiato.>> <<Oh, no.>> <<E come mai?>> <<Oh, quando ti ho vista ieri sera avevo intenzione di farti una lavata di testa…ma poi ho capito che di questo sei innamorata e diciamo che ti posso capire.>> Improvvisamente provai un grande affetto verso Louis. <<Già.>> e tacqui. Era la prima volta che ammettevo di essere innamorata di Cloud. Attirata era un conto, ma innamorata? Eppure era così simpatico e gentile. Così bello. Visto che eravamo in vena di confidenze, gli dissi: <<E tu? Maddie?>> Annuì. <<Ti piace davvero, no?>> <<Non te lo so spiegare. Lei…è…beh, è particolare.>> Nel frattempo eravamo arrivati nell’atrio dell’edificio scolastico. Improvvisamente notai le occhiate ostili che i miei amici mi rivolgevano. Avvistai Claire, e lei vide me. Mi rivolse uno sguardo di disprezzo. Una parte di me si ribellò. “Tutto questo casino per una settimana in cui ho avuto altro da fare? Andiamo ragazzi, siate ragionevoli”. Un’altra vocina (la coscienza? Era tanto tempo che pensavo che la mia si fosse ritirata) replicò: “Una settimana in cui non hai risposto a messaggi e chiamate perché eri occupata a sbavare dietro Cloud. Una settimana in cui a scuola non te li sei praticamente filati perché eri troppo occupata a rianalizzare tutte le frasi che hai scambiato con Cloud. Li hai trascurati e la questione è che non è da te”. La mia mano cercò quella di Louis e la strinse forte, poi da sola mi avviai verso Claire tentando di apparire dispiaciuta. Lo ero davvero, ma mostrarlo esternamente era tutta un’altra faccenda. La mia migliore amica fece finta di non vedermi anche quando fui a pochi passi da lei. <<Ehm…Claire?>> Si voltò e mi guardò finalmente in faccia. Mi sentivo un verme: Claire per me era importante sul serio, e insieme ne avevamo passate di tutti i colori. Non mi importava che fosse per un motivo sensato o meno, vederla così arrabbiata per colpa mia mi faceva star male. <<Senti…so che ho sbagliato…>> <<Oh, bene>> replicò lei, acida. <<Sembra che la signora, qui, si sia ricordata di me.>> C’era del pianto nella sua voce. Male. Questo significava che si sarebbe andata a nascondere nei bagni per non mostrarsi debole. Tutto il discorso che mi ero accuratamente preparata se ne andò a donnine allegre. <<Claire, capiscimi per piacere! Io…>> esitai. Ma oramai ci avevo preso la mano a dirlo. <<…io mi sono innamorata, okay?>> <<Amare va bene. Ci cambia, ci aiuta a metterci in discussione.>> rispose. Quelle parole se l’era preparate evidentemente, perché la sua voce era gelida. O forse era la rabbia, chissà. <<Evidentemente non sei cambiata in meglio.>> E se ne andò, lasciandomi nel corridoio a bocca aperta un po’ per la rabbia ma soprattutto per lo sconcerto. Fu seguita dagli altri miei amici, che entrarono nella nostra classe seguendola, dopo avermi guardata male. Più che doloroso, fu strano per me vedere l’ostilità in quei volti che un tempo (un tempo? Una settimana fa!) erano stati il mio punto di riferimento. Louis mi raggiunse e mi mise la mano sulla spalla. <<Non prendertela, piccola. E’ chiaro che stanno esagerando, però si sentono snobbati.>> Io…snob? Lou mi fece girare verso di lui. <<Però io sono con te.>> disse con molta semplicità. Non lo avevo mai sentito dire cose del genere. Crollai definitivamente, premetti il volto contro la spalla del mio amico a lasciai che mi rassicurasse avvolgendomi con le braccia. Mi ritrovai a pensare, per la seconda volta in dodici ore, a come sarebbe andata se fossi arrivata in orario a quei provini.
Nuoooh, la storia comincia a essere tragica =( Ok Alice, basta, hai detto abbastanza assurdità per un capitolo solo. 10月14日 DodicesimoUltimamente è un momento un pò così...sapete, certe volte questa storia mi sembra solo un ammasso di barzellette -.-
<<Ragazzi? Sono a casa!>> esclamai entrando dalla porta aperta. Mi sembrò strano. Di solito mia madre, essendo paranoica (ecco da chi avevo preso) chiudeva le porte a doppia o tripla mandata. Certe volte si accaniva a girare la chiave fin quando anche chiave e serratura non collaboravano più e si rifiutavano di girare ancora. Se le chiedevo perché lo faceva, diceva che le dava sicurezza. <<C’è nessuno?>> Mia madre mi piombò addosso da destra, senza che io mi accorgessi di nulla. <<Dove sei stata stanotte?>> mi chiese isterica, prendendomi per le spalle e scuotendomi. <<Sono stata da degli amici, te l’ho scritto.>> risposi, più confusa che mai. <<Lo potrò pur sapere precisamente a casa di chi sei andata a dormire?>> <<A casa di Claire>> mi inventai lì per lì. Claire era in effetti una dei pochi amici che avevo che piacevano a mia madre. Anche se aveva una tendenza curiosa a esagerare con la birra. <<Claire?>> il tono era sospettoso. <<Claire.>> confermai. Cadde un silenzio imbarazzato. <<Scusa se ho urlato>> disse mia madre…non riuscivo a crederci…scusandosi! <<E’ che hai appena diciotto anni>> <<Sono ufficialmente un’adulta>> le dissi io. <<Sì.>> rispose con un tono di amarezza. Per evitare imbarazzanti scene di “per me resterai sempre la mia bimba” me la svignai in camera mia. Lì la chitarra nuova faceva bella mostra di sé, dove prima c’era quella ormai distrutta. Sulla scrivania c’erano i miei spartiti e il disco che mi avevano regalato. Era American Idiot dei Green Day. Mi piaceva moltissimo quel gruppo, così lo misi subito e scelsi la traccia Wake me up when september ends. Una canzone un po’ malinconica, ma che mi piaceva. Con la canzone in sottofondo mi fiondai sotto la doccia per lavare i capelli, che erano semplicemente indecenti. Certo, nel bagno della pizzeria li avevo lavati alla meno peggio ma erano rimasti sporchi. Mi strofinai con forza il corpo, insaponandomi. Mi chiesi se questo fatto del gruppo potesse in qualche modo avvicinare me e Cloud. Sciacquai via lo shampoo, uscii e mi misi l’accappatoio bianco. Per adesso avevo altro a cui pensare: l’amplificatore, per esempio. Senza amplificatore, niente gruppo. Niente gruppo, niente Cloud. Mi asciugai i capelli, poco, tanto era una giornata afosa. Con l’accappatoio e un asciugamano rosso intorno ai capelli mi sdraiai a pancia sotto sul letto, con gli spartiti che mi aveva regalato Lui. Li sfogliai. Erano maledettamente complicati. Avrei dovuto provare per un po’ da sola. Non sapevo quanto i vicini sarebbero stati d’accordo. Una mezz’oretta dopo ero vestita e pettinata di tutto punto, con una delle magliette che più detestavo, (rosa!) regalo di mio padre, per convincerlo a portar giù dalla soffitta l’amplificatore al posto mio. A proposito di magliette, non avevo ancora deciso che mettermi alla cena, visto che non sapevo se dove Maddie mi aveva detto di farmi trovare quella sera sarebbe stato un ristorante elegante o una semplice pizzeria. <<Papà, ho bisogno di una mano…>> Mio padre riemerse dal giornale e mi vide la maglietta. Invece di rallegrarsi, si fece sospettoso. <<Cosa ti serve, stavolta?>> In effetti indossavo quella maglia tutte le volte che avevo bisogno di qualcosa. Era grazie a quella che ero andata a quasi tutti i concerti di cui potevo dire orgogliosa “Io c’ero”. <<Hai presente gli amplificatori della soffitta? Per la chitarra elettrica serve un amplificatore, no?>> <<Ah, li trovi nella porta a sinistra, e stai attenta quando porti giù quello che ti serve perché se ti cade io non voglio sapere niente>> Quell’uomo era servizievole oltre ogni ragionevole limite, devo dire. Era evidente da chi avevo preso. Borbottando improperi me ne tornai in camera mia, mi tolsi la maglietta rosa e me ne misi un’altra, blu e senza maniche. Presi mentalmente nota di buttar via il regalo di mio padre. Oramai aveva esaurito il suo potere. Mi diressi in soffitta, facendo più rumore che potevo sulle scale, decisa a non fargli godere quel maledetto giornale. Su ogni gradino pestavo i piedi. Arrivata in soffitta, potevo quasi sentire la mia allergia alla polvere che preparava le armi per scendere in guerra. Mi diressi verso la porta indicata, che nascondeva una specie di museo. C’erano una batteria che troneggiava in un angolo, un basso e un pianoforte a coda, e amplificatori di tutte le razze e generi. Sulla batteria c’erano un paio di bacchette molto carine, con disegni grigi e blu e neri che dovevo assolutamente mostrare a Maddie. Le presi e mentre le pulivo sulla maglia dalla polvere, mi avviai a caccia dell’amplificatore giusto. Essendo un museo, non un negozio, la maggior parte di quella roba era inutilizzabile. Il pianoforte per esempio aveva la metà dei tasti che suonavano a vuoto. Non mi intendevo molto di amplificatori. Come ho detto prima, non ne avevo mai avuto bisogno. Poi, ovviamente quel bel tipo di Cloud era entrato nella mia vita. Esaminai uno dei pezzi da museo, che stava in un angolo. Sembrava buono. Feci per prenderlo tra le braccia, dopo essermi infilata in tasca le bacchette. Beh, si spezzò di netto. La parte superiore, da cui penzolavano cavi e cavetti di tutti i colori mi rimase in mano, mentre quella inferiore sembrava decisa a rimanere in soffitta. Giustamente, sembrava buono. Buttai via l’aggeggio, e proseguii la ricerca. Dopo aver quasi spaccato la batteria inciampandoci (questa cosa di rompere gli strumenti musicali stava diventando un’abitudine), trovai un altro amplificatore dall’aspetto un po’ più robusto. La brutta notizia era che riuscivo a malapena a prenderlo senza sentire fitte di dolore lungo tutta la schiena. Era maledettamente pesante. La mia dignità di neo adulta mi impediva di andare a chiedere al mio signor padre una mano, perciò chiamai a raccolta tutte le forze (compresa quella di volontà). Riuscivo a sollevare l’amplificatore solo fino a una certa altezza, così dovevo trasportarlo tenendo la schiena piegata. Ogni quattro passi mi fermavo, perciò impiegai qualcosa come mezz’ora per arrivare alla porta di casa, con la schiena che praticamente aveva detto arrivederci e se n’era andata. Affannosamente, arrivai fino in camera mia con quella mostruosa bestia tecnologica e lo poggiai in un angolo, vicino al cuscino dove dormiva Laurie, il mio cane. Dall’altro lato c’era, appoggiata al muro, la chitarra nera che mi avevano regalato la sera prima. Ero di nuovo tutta sudata, dopo la doccia. Bene! Collegai la chitarra all’amplificatore, e la imbracciai. Tanto per vedere che effetto mi faceva, pizzicai una corda. Emise all’improvviso una nota assordante, che mi fece cadere con il sedere per terra e la testa rintronata. Riuscii a malapena a trattenere la chitarra e bloccai le corde con uno schiaffo della mano. Avrei dovuto abituarmici.
Le bacchette per Maddie mi fissavano beffarde dal mio comodino, mentre in felpa e pantaloncini, passeggiavo rabbiosa davanti all’armadio aperto. <<Non ho niente da mettermi non ho niente da mettermi non ho…>> Speravo fosse una sorta di formula magica per farmi apparire tra le mani degli abiti decenti. Il mio problema era che non sapevo se il ristorante indicatomi da Maddie, il Royal Garden, fosse un posto elegante o meno. Dal nome sembrava di sì, ma io avevo solo due vestiti: uno era quello che avevo indossato alla prima comunione di mio cugino piccolo. Mi sembrava sconsigliabile. Il vestito che rimaneva era viola scuro, con delle spalline sottili, e arrivava sotto il ginocchio. Scelsi quello. Sopra, mi misi una giacca nera in vita, per non rimanere vittima della famigerata influenza che circolava. Allo specchio notai che sembravo appena uscita da un funerale, così aggiunsi una larga cinta bianca. Certo, sembravo un’altra ragazza, forse non solo diversa, ma anche migliore. Più carina. Eppure, non ero granchè a mio agio, io rappresentante ad honorem della generazione portatrice di jeans e maglietta. Misi le bacchette di Maddie nella borsa ed uscii, avendo cura di controllare che non passasse nessuno che conoscevo. Giustamente, la mia buona stella aveva un’autonomia limitata. Così, mentre ancora cercavo la strada per arrivare al ristorante (le indicazioni di Maddie erano rimaste alquanto sul vago, per esempio: da questo punto, prendi la svolta in cui senti i cani che abbaiano. Molto divertente), mi imbattei in Louis. Stranamente, non era in dolce compagnia. Anzi, la maggior parte delle volte che l’avevo incontrato in giro le “dolci compagnie” erano due o anche tre. Louis mi guardò incredulo, senza dar segno di riconoscermi. Quando io lo chiamai, la comprensione gli riempì gli occhi. E si mi se a ridere. <<Alex, sei tu? Accidenti!>> fece un fischio di ammirazione. <<Hai poco da prendere in giro>> dissi io seccata. Lui alzò le spalle, come se non gli importasse come prendevo le sue presunte lodi. <<Com’è che giri da solo? Di questi tempi, è più sicuro uscire con una o due di ragazze.>> <<Domani sera esco con Maddie. E solo lei.>> <<Sentitelo! Il moralista!>> Louis non replicò, e guardò alla sua destra con malcelato imbarazzo, distogliendo lo sguardo. Io mi spostai per incrociare i suoi occhi. <<Lou? Ti sei innamorato di Maddie?>> <<No.>> Lui tentò di respingermi, ma io ridendo gli afferrai i polsi e lo guardai in faccia. <<Lou! Guardami in faccia!>> <<Non mi sembra che tu sia in posizione di criticare>> protestò lui. Io lo mollai all’istante e ritirai le mani come se mi fossi scottata. Borbottai qualche astrusa frase piena di puntini di sospensione. <<Io almeno Maddie l’ho baciata>> disse Lou con aria furba. <<Gne gne gne>> replicai. Un argomento sensato e intelligente fino all’inverosimile, bisogna ammetterlo. <<Ride bene chi ride per ultimo.>> Come al solito, il mio amico mi aveva compresa al volo. Chissà quanto tempo era che aveva capito di Cloud e di tutta la storia. <<Ne parliamo un’altra volta, okay? Adesso ho bisogno urgente di raggiungere il…>> scandagliai la memoria per un attimo <<…Royal Garden.>> Louis mi disse che non avrebbe dimenticato l’argomento (suonava minaccioso) e mi diede le indicazioni, fortunatamente un po’ più precise di quelle di Maddie. Arrivai al ristorante con mezz’ora di ritardo. Era un posto molto raffinato. I tavoli avevano la classica tovaglia bianca lunga fino al pavimento (parquet) e ognuno aveva al centro un vaso di vetro con dentro rose rosse e bianche. Le pareti erano color salmone; tutti i clienti erano in abito elegante, molto più di me: uomini smoking, donne lunghi abiti chiari fascianti. Sicuramente tutti più eleganti di me, anche se quella sera avevo abbondantemente superato le mie abitudini, perché mi ero anche raccolta i capelli, lasciando un ciuffo a sfiorare l’occhio destro. Quella pettinatura mi dava un’aria un po’ da perdigiorno che indossa il vestito “buono”. Non riuscii lì per lì a riconoscere i miei amici, così un cameriere (anzi, un maitre) mi si avvicinò chiedendomi se volevo un tavolo. Fu allora che mi sentii chiamare. <<Ehi, chitarrista! Alex!>> Riconobbi immediatamente la Sua voce. Mi girai in quella direzione, e stentai a riconoscere i ragazzi che mi guardavano. Maddie era veramente bellissima. I capelli corvini erano raccolti sopra la testa, lasciando il viso scoperto, e dalle orecchie pendevano due scintillanti gocce trasparenti. Gli occhi verdi, lucenti, erano messi in risalto dal trucco scuro, e indossava un nero abito fasciante, corto. Effettivamente parecchi dei maschietti presenti ogni tanto le lanciavano un’occhiata di striscio, magari mentre le rispettive compagne non prestavano attenzione. Andy se n’era bellamente infischiato che tutti fossero in abito da sera, e indossava una semplice maglietta nera attillata e un paio di jeans. Ci misi dieci secondi a superare lo shock della vista di Cloud in camicia bianca e pantaloni dalle cuciture dorate. Era a dir poco spettacolare. Era così bello. Per distrarmi, osservai la quarta ragazza al tavolo. Una rossa, con una criniera fitta fitta fitta di ricciolini, occhi dalla forma un po’ allungata e il collo lungo e pallido. Doveva avere la mia età. Era vestita molto semplicemente con un abito bianco e una collanina argentata con una piccola croce. <<Salve>> dissi un po’ impacciata, occupando l’ultima sedia libera. <<Siamo in ritardo, eh ragazzina.>> mi disse Cloud, pizzicandomi la guancia. <<Non sei niente male stasera.>> Cosa avrei dato per sentire continuamente la sua mano fresca e perfetta sul mio volto. In seguito, avrei rivissuto spesso il momento in cui mi aveva toccata. Ogni volta che ci sfioravamo per me era un momento prezioso. Scostai la sua mano con falsa irritazione, e porsi la mia alla riccia, che evidentemente era Nicole. <<Io sono Alex. Tu devi essere…>> <<Sì, Nicole. Chiamami Nicki.>> <<Sì, certo. Sei, uh…>> <<…la ragazza di Andy.>> rispose Nicole con un sorriso che andava da un orecchio all’altro. Lo disse con lo stesso tono che avrebbe usato per dire “io sono la first lady degli USA, e ieri ho anche vinto al superenalotto”. Andy, evidentemente per dimostrare che era d’accordo, l’abbracciò da dietro, dopodiché i due cominciarono a pomiciare come se fossero stati dietro un cespuglio, anziché a un tavolo, con altre tre persone per di più. Il commento di Cloud fu: <<Blah.>> Lui e sua sorella cominciarono a far finta di vomitare nei rispettivi bicchieri. Poiché Maddie aveva inserito anche il sonoro, (era uno strano spettacolo: quei due avevano un’aria così elegante e raffinata) la maggior parte dei presenti smise di mangiare per voltarsi verso di noi con aria allibita o disgustata. Io assunsi un’aria contrita e imbarazzata a beneficio dei camerieri, per dissuaderli dallo sbatterci fuori. Stranamente, io che mi ero sempre considerata una casinista, tra quei ragazzi con cui ultimamente passavo la maggior parte del mio tempo passavo per la più tranquilla. D’altronde tutto è relativo – dicono. Un cameriere arrivò in tutta fretta per chiederci le ordinazioni. In seguito venni a sapere che fare i disgustosi era un metodo messo a punto da quei quattro parecchio tempo prima, per essere serviti prima degli altri clienti. Infatti, la mia pizza margherita, i frutti di mare di Cloud e Nicole, le patatine di Andy e le olive di Maddie arrivarono a tempo di record. Avevano proprio fretta di farci andar via… Conversare con i due piccioncini era materialmente impossibile, così io, Cloud e Maddie ci mettemmo a discutere sul fatto di suonare insieme alla festa di fine anno della mia scuola. Sorprendentemente, l’argomento interessò abbastanza Andy da staccarsi dalla sua ragazza e unirsi a noi. La serata cominciò a degenerare quando, un’oretta dopo, si erano creati due partiti, e ognuno dei due tentava di convincere l’altra della propria opinione mediante lancio di molliche o schizzi d’acqua, con la povera Nicki (che si era autoproclamata nostra manager) in mezzo che tentava di metter pace. Senza risultato, inutile dirlo, anzi si prese lei più proiettili di tutti noi messi assieme. Io e Cloud sostenevamo di voler suonare, alla festa, gruppi di spicco come Green Day, Evanescence o Sum 41, Andy e Maddie invece dicevano che i ragazzini del liceo non capivano niente di musica, ed era meglio metter mano al sintetizzatore e suonare house et similia se non volevamo esser cacciati a calci. Io mi presi una mitragliata di patatine fritte in faccia quando dissi che qualsiasi matricola del primo anno capiva la musica molto più di Andy e Maddie messi insieme. Così, non mi meravigliai quando arrivò un altro cameriere dicendo che ci pregavano di togliere il disturbo. Ora che ci penso, credo che il processo fosse stato accelerato alquanto dal fatto che una delle patatine destinate a me avesse centrato il bicchiere di una signora al tavolo lì accanto.10月9日 UndicesimoChiunque abbia la pazienza di leggere TUTTA questa pappardella si merita un bel premio Nobel alla letteratura O.ò In questi ultimi quattro giorno ho avuto uno sfogo creativo xD ho scritto un sacco O.ò Che dire...speriamo sia buona la qualità oltre alla quantità xD Godetevelo ^^
<<Scusa Andy, ma hai qualche felpa da prestarmi? Non so che mettermi per dormire>> dissi io, imbarazzata all’ennesima potenza. Ero tutta rossa in faccia, e studiavo un’interessantissima macchia di cioccolato sulla moquette. Ci trovavamo nella cucina, che era in stile moderno. Gli sportelli erano neri e probabilmente quando erano stati venduti erano anche lucidi, mentre il legno era bianco. La cucina era tutt’uno con la sala da pranzo, costituita da un tavolino e degli sgabelli neri contro la parete. Poi c’erano una tv e delle poltroncine rosse, con una bella moquette per terra, morbidissima e l’unica cosa quasi pulita in quasi tutta la casa. Poi c’era una camera da letto e un bagno. Avevamo deciso di comune accordo di stendere un paio di coperte sulla moquette morbidissima (a me era piaciuta tanto che appena arrivata mi ci ero seduta) e dormire là tutti insieme. <<È vero..>> esclamò Maddie <<Nemmeno io ho portato il pigiama. Non siamo passati a casa. Cloud?>> <<Non azzardarti a fare nemmeno un pensiero su questo! Io non andrò a prendere la tua roba a casa!>> protestò lui. Andy intervenne: <<Ok, ragazzi, calmi…ragazze, vi porto delle felpe…Cloud, per te va bene un mio pigiama?>> <<Sicuro. Non sono schizzinoso come le nostre signorine.>> Per quanto fossi esaltata all’idea di essere una delle “sue signorine”, non potei trattenermi dal fargli una linguaccia. Andy passò nella camera da letto per trafficare con l’armadio, mentre io mi sistemavo più comoda sulla moquette. Appoggiai la testa su una delle poltroncine rosse, mentre Cloud si sedeva su uno degli sgabelli. Maddie disse che per colpa sua lei avrebbe dovuto dormire con una felpa, lui le rispose che sicuramente sarebbe morto di crepacuore per tutta la pena che le faceva. Io risi troppo forte. Cloud mi fissò. Io mi sentivo sempre più sicura che lui in realtà sapesse tutto: che mi faceva impazzire. O forse era solo paranoia. Per togliermi dall’imbarazzo, chiamai Andy che era in camera da un sacco di tempo. <<Andyyyyyy! Sei annegato nell’armadio?>> <<Strangolato da una cravatta, già mi vedo il titolo sul giornale.>> aggiunse Maddie. <<Andy! Hai delle cravatte? Sono esterrefatta!>> Cloud si mise a preparare del tè caldo per tutti. Si muoveva bene nella cucina, era chiaro che c’era stato altre volte. Lui ed Andy dovevano essere molto amici. La conversazione languiva. Avvertii una sensazione di deja-vu. Era come il giorno dei provini, quando inaspettatamente (per me, almeno) era arrivata Maddie. C’era, in quel momento, lo stesso disagio nell’aria. <<Ma perché alla festa correvate per l’hotel cercandomi comunque?>> domandò la sorella di Cloud. Ebbi una piccola fitta di felicità ma oramai mi ero abituata all’idea. Ne ero comunque contenta, però. <<Due cose>> dissi io, alzando indice e medio <<Uno, volevamo fermarvi prima che tu restassi incinta>> Maddie finse di volermi calpestare, ero ancora sdraiata sulla moquette <<E due, volevamo parlarti dell’idea di Andy.>> <<Quale idea?>> domandò lui rientrando con un carico di roba fra le braccia che arrivava a coprirgli il volto. Mi lanciò una felpa nera che solo a guardarla già immaginavo quanto avrei dovuto arrotolare le maniche perché mi andasse bene. <<Il gruppo, mister Cervello.>> disse Cloud, poggiando un vassoio bianco con quattro tazze rosse piene di tè caldo sopra il tavolino. <<Oh.>> <<Andy pensava di suonare come un gruppo.>> dissi io. Presi una coperta dalle braccia del mio angelo custode e la stesi a terra, poi mi ci sedetti sopra, ancora con la felpa tra le mani. Trovavo imbarazzante sia togliermi la maglietta lì, sia andare in bagno per cambiarmi. Aspettai di vedere che avrebbe fatto Maddie. <<Bello. L’idea mi piace.>> disse Maddie. <<Anche a me.>> aggiunse Andy. <<Cretino, l’hai proposto tu.>> <<E allora?>> <<…egocentrico.>> commentò Cloud. <<Per esempio potremmo suonare alla festa di fine anno della mia scuola. Sarebbe divertente.>> dissi io sbadigliando. Maddie si alzò e sollevò il braccio, per sottolineare l’avvenimento nel suo modo teatrale. <<Evvai! Attenti, che arrivano nel panorama musicale italiano gli…uh…>> Ci guardò ancora col pugno alzato. <<Non ho intenzione di dare un nome a un gruppo musicale a quest’ora di notte.>> borbottai e mi pigiai il cuscino sulla faccia per troncare qualsiasi tentativo di protesta. <<Mi sembra sensato. A nanna, sorellina.>> disse Cloud, e visto che era il più vicino all’interruttore spense la luce. <<Buonanotte, ragazzi.>> Neanche cinque minuti dopo, a me arrivò una cuscinata in piena nuca. <<Ok, chiunque sia stato si scavi la tomba>> bofonchiai io al buio della stanza. Subito, in risposta alla mia minaccia, mi arrivarono tre cuscinate da tre direzioni diverse, e subito dopo cominciai a essere bersagliata. Paf, paf, paf sulla schiena e sulle gambe. Il tutto durò finché, agitando gambe e braccia, non presi con un pugno una pancia. <<Ahio!>> la voce era quella di Maddie. <<Maddie levati subito e fai togliere anche gli altri due sottosviluppati!>> Tralasciai le minacce visto che non portavano da nessuna parte. Poiché la “perturbazione” si era un po’ calmata, strisciai fuori dal groviglio che oramai i nostri corpi formavano. Arrivai a tentoni all’interruttore e lo accesi. L’ordinato accampamento di coperte e cuscini che avevamo formato era ovviamente devastato. <<Complimenti genio.>> apostrofai Maddie. <<Mica sono stata io a cominciare.>> si difese lei. <<Adesso dormiamo.>> tagliò corto Andy. <<Dormiamo?>> io, sospettosa. <<Dormiamo.>> lui, rassicurante. Io mi rimisi in quella che era stata la mia coperta. Maddie prese in mano un cuscino e io subito scattai in posizione di difesa. <<Stai calma, era per dormire.>> sogghignò lei. <<Paura, eh?>> <<Con te non si può stare tranquilli.>> <<Dormiamo.>> sbottò Cloud, e spense di nuovo la luce.
Io e Cloud eravamo da soli nella sala prove nel garage. Andy e Maddie erano andati via prima. Lui stava aggiustando la corda del suo basso, che si era rotta. Aveva emesso un boing – giuro, suonava proprio così – e si era staccata. Io picchiettavo con le dita su un piatto della batteria di Maddie, e assistevo al suo lavoro. Che diamine, un’occasione di restare da sola con lui, come potevo farmela scappare? Mossi tre o quattro passi dalla batteria, avvicinandomi. Potevo sentire il cuore che rimbalzava impazzito. Un altro mese e sarei morta d’infarto. Mi appollaiai a fianco a lui, con il viso vicinissimo alle sue mani che armeggiavano sul basso, attente ed esperte. Sentivo il suo respiro sul lato del volto. Il cuore oramai doveva essere udibile da mezza città. <<Ti interessa sapere come funziona questo coso, vedo.>> disse lui, dolce. Io arrossii. Non gli avevo mai sentito questo tono di voce. Con me non l’aveva mai usato. Era bellissimo, l’avrei voluto sentire per sempre parlarmi così. Risposi a fatica. <<Uh, sì…mi piacerebbe imparare a suonarlo.>> <<Davvero? Io ci tengo molto al mio basso.>> Mi poggiò due dita sul mento e mi alzò il volto, mettendolo di fronte al suo. Eravamo vicinissimi e vedevo distintamente solo i suoi occhi. E tutto ciò che sentivo era il mio povero cuoricino che tempestava di capocciate la gola. Le nostre labbra si avvicinavano.
<<Alex?>> Un rivolo d’acqua gelata mi arrivò sulla schiena, svegliandomi. Sgomenta, mi guardai intorno per scoprire che ero stesa sulla moquette della cucina di Andy, che mi ero addormentata vestita di tutto punto con la felpa avuta in prestito appallottolata sotto la schiena e che tutto era stato uno stramaledetto sogno. E che cavolo, pensai. <<Non ti svegliavi più.>> disse la voce di Maddie. Alzai lo sguardo e la localizzai. Era giusto sopra di me, con un bicchiere di plastica vuoto in mano. Mi alzai. Cloud ed Andy erano seduti al tavolo che si bevevano un caffè e mi guardavano divertiti. Rossa di vergogna, anche se non potevano sapere qual era stato il mio sogno, mi alzai. <<Ora mi tocca stirarla, quella, vero?>> disse Andy, indicando con la tazzina la felpa nera che mi aveva dato la sera prima. Lo ignorai e chiesi l’ora. Le dieci del mattino…ringraziai una qualsiasi entità superiore là nel cielo che fosse domenica. Io mi rassettai un po’ gli abiti e mi presi un po’ di caffè dalla tazzina di Andy. <<Oggi che facciamo?>> domandai tanto per portare avanti la conversazione. Nella stanza c’era un silenzio a dir poco deprimente. Maddie, Andy e Cloud si guardarono tra di loro poi guardarono me. <<Non hai ancora conosciuto Nicki!>> disse Andy <<Non te la devi perdere! Adesso la chiamo.>> Balzò in piedi e si allontanò tutto contento, con il telefonino in mano. <<Nickti sarebbe?>> domandai io osservando preoccupata Andy che si allontanava saltellando. <<Nicole.>> mi spiegò Cloud <<È la ragazza di Andy. È simpatica.>> Mi sembrava una buona idea. Ero sinceramente curiosa di conoscere questa ragazza: per essersi innamorata di Andy doveva essere un bel po’ strana anche lei, immagino. <<Portati un sacchetto di carta per vomitare: quando sono insieme quei due sono insopportabili.>> mi avvisò Maddie. Tacque perché Andy era di ritorno tutto raggiante. Che carino, pensai, è quasi commovente. <<Oggi a pranzo.>> ci comunicò. <<Oh, calma.>> replicai <<Dovrò pure rivedere la mia famiglia ogni tanto, o penseranno che devo solo passare a ritirare i bagagli per poi partirmene per il mondo alla ricerca di avventure.>> <<Perché no?>> fu il commento di Cloud, e per una volta fui io a guardarlo male. Facciamoci valere una volta tanto, che diamine. <<Primo, ho urgente bisogno di una doccia perché ho ancora i capelli sporchi.>> e allungai una cuscinata a Maddie <<E secondo…uh…>> Stavo per dire a Cloud che avevo bisogno di respirare un attimo perché stare accanto a lui troppo a lungo mi sfiancava, ma mi fermai in tempo e dissi invece: <<E secondo dovrei anche trovare un amplificatore decente tra quelli di papà>> Almeno però era una scappatoia veritiera. Papà suonava di tutto, e in soffitta avevamo degli amplificatori che non avevo mai degnato di uno sguardo visto che avevo la chitarra acustica. Adesso però… Mi chiesi come avrebbero accolto i vicini il cambio di strumento. Le mie previsioni erano alquanto catastrofiche. <<Mi sembra ragionevole.>> disse Andy. Io sorrisi, felice di averla spuntata per una volta. <<Allora, stasera alle otto e questa volta non si accettano discussioni.>> Io avevo pensato a un paio di giorni dopo, in realtà. Aprii la bocca per replicare. Allora mi prese per le spalle, mi fece girare su me stessa e senza dirmi né ciao né arrivederci mi spinse fuori dalla porta e richiuse, lasciandomi sul pianerottolo. Io rimasi leggermente basita. Poi mi attaccai al campanello. Dopo dieci minuti che venivo naturalmente ignorata, mi girai furiosa e scesi le scale.10月5日 DecimoQuesto effettivamente è un pò, ehm, lungo. Spero abbiate abbastanza pazienza e fiducia (?) da leggervelo tutto xD. Siccome sono un'egocentrica, approfitto per farMI gli auguri, visto che ieri ho finalmente compiuto quattordici anni
Ci avviammo per la stanza, io quattro o cinque passi avanti mentre dietro di me quei due perfetti deficienti continuavano a bisticciare. La gente in sala mi sembrava moltiplicata, e almeno la metà non l’avevo mai vista. <<E tutti questi imbucati?>> commentai mentre cercavamo Maddie e Louis. Notai diversa gente che conoscevo solo di vista per averli incrociati nei corridoi della scuola, altri che sapevo essere di altre scuole. <<Ehi, quella ragazza non è affatto male.>> <<Cloud, adesso ti sputo nell’occhio.>> <<Oddio, sei gelosa?>> <<Cammina e chiudi quel forno!>> ringhiai. Incrociammo Tim, uno che conoscevo solo di vista. Era un classico drogato di calcetto, e quasi quasi mi aspettavo che venisse con le scarpe con i tacchetti. <<Hai mica visto Louis? O una ragazza alta, con i capelli neri, vestita con un top e un paio di jeans, per caso?>> <<Sì, sono usciti tutti e due, dieci minuti fa, credo.>> <<Ma sono usciti come?>> si intromise Cloud. <<Come vuoi che siano usciti, volando?>> replicai. <<Sì, ma camminavano, correvano…ridevano?>> Tim ci guardò strano. Effettivamente dovevamo sembrare tre idioti. Molto probabilmente lo eravamo. <<Mah, si tenevano a braccetto, ridevano…>> <<E no!>> imprecò Cloud. <<Perché?>> <<Perché Maddie non rientrerà prima di un’oretta…riconosco i sintomi.>> <<Esagerato. E poi chi ti dice che sia proprio con questo tipo?>> commentò Andy. Io proposi: <<Chiamiamola.>> <<Giustamente.>> Cloud estrasse il cellulare, premette un numero di chiamata rapida e se lo portò all’orecchio. <<Ha rifiutato la chiamata!>> Guardò sbalordito il cellulare e poi me ed Andy. Eccoci qua. Louis e Maddie.
Passate due ore, si era fatta l’una e mezza di notte, e naturalmente di Maddie non c’era traccia. Nella sala c’eravamo rimasti soltanto io, Cloud ed Andy. Tutti gli altri erano andati via. Io mi ero messa la mia felpa nuova, perché cominciava a fare fresco. Io ero stravaccata su un divanetto con i piedi sullo schienale, ma mi affrettai a toglierli quando entrò un cameriere. Si diresse verso di noi. <<Scusate, noi dovremmo chiudere.>> <<Mi scusi, dobbiamo solo aspettare che torni una nostra amica. Non ci metterà niente, davvero.>> dissi io stancamente. Avevo passato la serata a girovagare per la pizzeria (che a quanto avevo scoperto era parte di un hotel, perciò avevamo setacciato anche la piscina, i campi da tennis…). Andy e Cloud erano passati per sale di massaggi, saune e palestra. <<Ma dove è finita adesso…>> bofonchiò Andy. Era seduto per terra, anzi, più sdraiato che seduto, mentre Cloud stava a pancia in giù su un divano nero facendo sporgere una gamba dal bordo. Eravamo il ritratto dell’energia, insomma. Il cameriere non commentò e se ne andò. Io mi coprii la faccia con un cuscino. Adesso chiudo un attimo gli occhi. Un attimo soltanto. <<Alex! Alex!>> Una mano mi scosse violentemente per le spalle. <<Uh…?>> Evidentemente mi ero fatta un sonnellino. Idiota. <<Possiamo andare.>> <<Ma che ore sono?>> <<Le due.>> <<Ma tu dove accidenti eri??>> sbottai e scattai a sedere all’improvviso, dando perciò una capocciata con lei. Io gridai “ahio”, ma lei semplicemente accusò il colpo e continuò a sorridere senza dire bau. <<Io mi sono innamorata, Alex!>> Sentii il gemito di Cloud. <<E di chi??>> <<Di quel tuo amico, come si chiama…>> Infatti. Innamorata persa. Nemmeno il nome si ricordava. <<Non è Louis, vero?>> <<Esatto! Proprio lui!>> <<Ecco fatto. Adesso ci vorranno come minimo due settimane prima che riprenda a suonare come si deve.>> gemette Cloud. Andy rise e poi si stirò sollevando le lunghe braccia. <<Allora, andiamo a nanna? Vi ospito io, se avete bisogno.>> Io feci un rapido calcolo mentale. Mio padre doveva essere già al lavoro, perché quel giorno aveva il turno di notte, e se tanto mi dà tanto mamma era già a dormire da minimo cinque ore. E io non avevo le chiavi. Ergo, ero rimasta chiusa fuori. <<Credo che mi farebbe comodo.>> risposi. <<Non sia mai detto che ti lasci da sola di notte con Andy>> dichiarò Maddie. Andy aveva una faccia che diceva che le avrebbe sputato volentieri in un occhio <<Quindi vengo anch’io. E poi non ho affatto sonno.>> E certo. Quello stato di euforia lo conoscevo bene. <<Allora a questo punto vengo anch’io.>> disse Lui. Oh, oh, due secondi…una notte con Cloud? Sì d’accordo, c’erano anche Maddie ed Andy…per non parlare del non trascurabile aspetto della faccenda che Maddie fosse sua sorella. Avevo un’amica alle medie che quando le si faceva notare questo tipo di cose, anche se erano cose importanti, le liquidava con un gesto della mano dicendo: dettagli, dettagli. Io volevo bearmi del pensiero che avrei sentito Cloud respirare, magari a poca distanza da me, quella notte: poteva essere presente anche un’intera folla, me ne sarebbe fregato ben poco. Io scrissi un messaggio a mia madre per avvertirla che dormivo a casa di “amici” per non svegliarla visto che non avevo le chiavi. Visto che brava figlia che sono?
Maddie mi bendò di nuovo mentre pagava il cameriere per la festa (<<Maddie, quanto vi è costata questa baraonda? Dai, voglio pagare la mia parte!>> <<Silenzio!>>), poi uscimmo tutti e quattro: la città alle due di notte aveva un’atmosfera quasi magica. Era una bella sensazione camminare con loro tre: mi davano sicurezza. <<Scusa, non avverti i tuoi che veniamo da te?>> <<Non te l’avevo detto? Vivo per conto mio.>> Io lo guardai leggermente scettica. Che uno a diciannove anni e senza lavoro (per quanto ne sapevo Andy non faceva assolutamente nulla dalla mattina alla sera) potesse permettersi una casa mi giungeva nuova. Evidentemente gente meno riservata di me gli aveva già fatto questa domanda perché notando la mia espressione mi spiegò che la casa apparteneva a un suo parente e per questo non pagava l’affitto. <<Ah, allora sei davvero uno scroccone!>> <<Se non vuoi rimanere a dormire per strada, ti conviene andarci piano.>> Camminammo per un’altra mezz’ora, poi arrivammo di fronte ad un condominio alto e di un color bianco sporco, con un portone scuro. C’erano anche un paio di crepe sull’intonaco a dir la verità. Andy si tirò fuori un mazzo di chiavi dalla tasca dei jeans bianchi e armeggiò per infilare il buco della serratura, al buio, data la totale assenza di lampioni. <<Dà tanto l’impressione di un quartiere malfamato, vero?>> commentò Cloud <<Io qua non ci abiterei. Ho sentito di un ragazzo che hanno ammazzato, che viveva in un quartiere come questo, poverino.>> <<No, non hai ascoltato bene la notizia quando l’hanno mandata al telegiornale.>> replicò il biondo che stava ancora trafficando, cambiando chiave ogni tanto. <<La vittima era un ospite del ragazzo. Anzi, il ragazzo è stato dichiarato colpevole.>> <<Te la sei cercata.>> fu il mio giudizio. Cloud mi guardò male e io ebbi paura di perdere tutti i passi che avevo fatto verso di lui. Non avevo faticato tanto, in realtà, perché sembrava succedere tutto da sé. Mi aveva invitata in pizzeria dopo dieci minuti che ci conoscevamo (non molto romantico, dato che c’era anche Andy), e mi aveva abbracciato per consolarmi di aver rotto la chitarra, e poi c’era quella frase che non avevo capito se era stata detta per gioco o sul serio. Lo stavo rincorrendo, e dopo una settimana non avevo ancora capito se lui scappava o faceva solo finta e si voleva far prendere. Ormai mi era chiaro che anche se non sapeva tutto quello che sentivo verso di lui (a meno che Maddie non glielo avesse spifferato, ma preferii scartare quell’ipotesi), perlomeno aveva intuito che non mi era del tutto indifferente. E ne ero spaventata, anzi terrorizzata. Perché questo lasciava spazio solo a due strade: o gli piacevo anch’io (e questa era quella che mi attirava di più, in tutta sincerità) oppure non gli piacevo e allora buonanotte. Avrebbe riso di me. O peggio ancora, si sarebbe nascosto dietro a qualche frase fatta del genere “restiamo amici” che avevo già sentito. E sentirle non mi aveva fatto piacere. Che razza di situazione...
Lo scatto della serratura interruppe il corso dei miei pensieri: Andy a quanto pare era finalmente riuscito ad aprire il portone e stava zittendo Maddie che lo sfotteva perché ci aveva messo dieci minuti per trovare la chiave giusta. Entrai seguendo i miei tre amici. Era una stanza buia, un ingresso, con una lampadina che pendeva senza lampadario dal soffitto, e una pianta in un angolo. <<A che piano abiti?>> domandai, osservando le rampe di scale di legno. Stanca morta com’ero, non ero in grado di fare troppe scale. Sarei crollata a dormire ronfando sul pavimento. <<Al quarto.>> Sì, l’accidente che ti si porta, borbottai tra me e me. <<Niente ascensori?>> <<…no. Ma perché sei stanca?>> mentii con un sorriso che doveva assomigliare ad una smorfia sardonica di istinto omicida. Cominciammo a salire. Io avevo le gambe intorpidite, come se ci fossero legati dei macigni…per sollevare la gamba mi sentivo come se avessi dovuto smuovere un camion a mani nude. Verso il terzo piano mi sedetti sul pianerottolo e dissi che non avevo intenzione di fare un passo di più e che sarei rimasta lì a dormire. <<E dai, siamo quasi arrivati.>> <<Non mi scocciare.>> replicai a Cloud, per poi pentirmi amaramente e guardarlo spaventata. Stavo diventando completamente succube delle reazioni di quel ragazzo. Sperai che non sembrasse tanto evidente. Lui questa volta me la lasciò passare, si chinò e mi prese in braccio. Così, come se non pesassi niente. E dire che i miei chili in più li avevo, non tanti, ma ne avevo. <<Oh, adesso saliamo e zitta.>> Mi ritrovai, senza sapere come, il cuore che batteva da qualche parte vicino alla bocca. Furioso, come aveva sempre fatto nell’ultima settimana. Tutte le volte che ci eravamo visti, noi quattro. Io ero sempre lì a guardare le reazioni di Cloud ad ogni mia battuta, ogni cosa che dicevo o facevo. Stavo diventando paranoica. E più imbranata di quanto già non fossi. Per di più a scuola ero meno attenta del solito. Cioè per niente, a questo punto. Passavo quattro e mezza delle mie cinque ore di scuola quotidiane (sei giorni alla settimana) a riassumere ogni parola che ci scambiavamo e ogni sua minima reazione. Eravamo usciti quasi ogni giorno quella settimana, tutti e quattro ed avevamo passeggiato, scherzato. In una settimana, sentivo di aver legato di più con Cloud, Andy e Maddie di qualsiasi altra persona che conoscessi, perfino Claire. E avevo la sensazione che anche per loro fosse lo stesso. Nel frattempo che io mi perdevo nelle mie speculazioni mentali, cosa che con il sonno mi stava succedendo sempre più spesso, Cloud continuava a portarmi in braccio su per le scale. Stavo per urlare dall’euforia, nonostante stessi ancora per cadere dal sonno. <<Alex, dai, siamo arrivati. Non mi costringere anche a metterti a letto.>> Uffa. Perché no? bofonchiai tra me e me. Cloud mi poggiò sul pianerottolo dove c’era la porta di Andy. <<Non ci metterai una vita anche per aprire questa, vero?>> gli domandai, stropicciandomi gli occhi come una bimba. Lui nemmeno mi rispose, si limitò a tirare fuori lo stesso mazzo di chiavi, che ne aveva come minimo quindici. <<Ma che ci apri con tutte queste chiavi?>> chiese Maddie, togliendoglielo di mano per esaminarlo <<Scommetto che non ne usi nemmeno la metà. Aspetta, fammi provare…>> Prese una chiave a caso e la mise nella serratura, e cominciò a girare. <<Maddie, guarda che se è sbagliata si può rovinare la serr…>> protestò lui. Si interruppe quando sentì il rumore simpatico della porta che si apriva. <<Cretino!>> risi io, stropicciandogli i capelli. Andy non rispose, ringhiò e spinse dentro me e Cloud, mentre la sorella di quest’ultimo era già entrata facendo un gran fracasso e cantando a squarciagola “tanti auguri a te, tanti auguri…” per poi passare a “sbronza, sbronza, sbronza…”. <<Risparmiami il concerto>> protestai <<Ti devo ancora una torta in faccia.>> <<C’è una torta gelato nel congelatore, mi pare.>> mi informò il padrone di casa. Maddie gli fece una pernacchia. 9月27日 Nono<<Alex!>> mi chiamò qualcuno. Mi girai per vedere chi fosse: il mio amico Louis. Il classico tipo di ragazzo che corre dietro a chiunque, basta che respiri. E in effetti non gli riusciva difficile, visto che, obiettivamente, era proprio uno schianto. Capelli biondi che viravano leggermente sul castano, e che scendevano fino a coprire la fronte e le orecchie. Occhi assolutamente azzurri e, in più, un gran bel fisico. Molto probabilmente ero l’unica in tutta la scuola immune al suo fascino, perciò eravamo diventati amici. Anche se litigavamo spesso. Mi raggiunse e mi baciò sulle guance. <<Auguri, bella. A proposito, ti devo parlare…>> Senza aspettare una mia qualsivoglia risposta, anche solo “Grazie”, mi prese per il gomito e mi trascinò in un angolo. Il tutto non era durato più di quindici secondi. Cloud, Andy, Maddie e Claire mi guardarono andar via. Maddie fischiò. Già mi immaginavo gli sberleffi quando fossi tornata. <<Chi è quella ragazza da urlo al tuo tavolo??>> mi chiese il mio amico quando fummo fuori portata d’orecchio. Io lo guardai senza capire. <<Ma chi, Claire?>> <<Cretina! Con Claire ci sono stato prima di Luna!>> <<Perché, ti sei lasciato con Luna?>> <<Da un sacco di tempo. Anzi, mi sono lasciato anche con quella dopo di Luna.>> <<Non ho parole, Louis. Sei uno str…>> <<Mi è chiaro. Allora, chi è?>> <<È una batterista.>> <<Non me ne frega proprio niente! Voglio sapere come si chiama, quanti anni ha, dove abita e se la conosci abbastanza per presentarmela.>> <<Maddie, non lo so, poi te lo spiego, ok vieni che vi presento.>> replicai rispondendo al volo a tutte le domande. Dopodiché lo presi per le spalle, gli feci fare una mezza giravolta e lo condussi verso il mio tavolo. Era una bella soddisfazione essere quella che spingeva e non la spinta. Almeno per una volta! <<Maddie, lui è Louis. Louis, Maddie.>> li presentai senza troppe cerimonie. Si strinsero la mano, lui aveva quel solito sorriso accattivante che gli avevo visto centinaia di volte. Gli pestai un piede per fargli capire di andarci piano. Non sapevo bene cosa ne pensasse Cloud, ma effettivamente non era molto di buon gusto provarci con una ragazza quando c’era il fratello seduto di fronte. <<Piacere>> dissero contemporaneamente. Maddie rise e fece svolazzare le ciglia. Tiè. Colpo di fulmine. Bleah. <<Fatevi una chiacchierata>> dissi io e li spedii in giro per la stanza. Non sapevo se sarei stata in grado di sopravvivere a un eventuale storia tra Louis e Maddie. <<Come se noi non ci fossimo>> commentò Andy. <<Che ci vuoi fare, c’est l’amour.>> replicai. <<Approfittando dell’assenza dei piccioncini, ti voglio fare un regalo extra.>> mi disse Lui. Un bacio! E dai, un bacetto me lo merito! urlai, sempre mentalmente, purtroppo, come spesso mi accadeva in sua presenza. Si chinò e armeggiando con la sua borsa a tracolla tirò fuori una ventina di spartiti legati con un nastro nero e con un bel fiocchetto. <<Per esercitarti…così non avrai bisogno di rompere anche quella nuova.>> Oh. Mio. Dio. Come faceva a saperlo, maledizione? <<Uh…in che senso?>> balbettai stupidamente. <<E dai…si vedeva perfettamente dalla tua faccia che non ci capivi niente dello spartito.>> disse lui ridendo. Eh…oddio e adesso come me ne tiro fuori? Spremiti le meningi, ragazzina, ne hai bisogno più che mai ora. E dai…da quel poco cervello che hai ne potrai tirare fuori qualcosa? <<Non è affatto vero!>> <<Ma se l’hai praticamente sbattuta la chitarra contro il muro! E dopo ti sei messa pure a piangere!>> Ecco fatto. Adesso mi considera una ragazza spregevole, che riesce a piangere a comando, che si dà da fare per ingannare il prossimo, che… <<È stato geniale!>> Io sparai come al solito la mia battuta più intelligente: <<…uh?>> <<Ma sì! Io non sono mai riuscito a piangere apposta! Però mi ha fatto piacere “consolarti”>> Mi fece un mezzo sorriso, evidentemente studiato perché cadesse a metà tra la verità e lo scherzo. Ma tu guarda questo bastardo. Il cuore mi batteva all’impazzata, ma non soltanto, sembrava che volesse risalire a balzi la gola per poi uscire dalla bocca e andarsi a fare una passeggiata. A questo punto non ci sarebbe stato male il boccale numero sei. Andai completamente nel pallone, mentre nella mia testa rimbalzava la frase “Houston, Houston, abbiamo un problema.” Ce l’abbiamo sì un problema. Aiuto…<<Ah. Allora bene, mi ha fatto favore averti fatto…cioè…>> mi impappinai per bene. Andy stavolta sembrava avere tutt’altro per la testa che aiutarmi come faceva di solito. Stava sfogliando beatamente i miei spartiti, e faceva finta di non esistere. Ecco qua, bastardo numero uno e bastardo numero due. Rimasi a fissare Cloud, con una faccia da pesce lesso. Mi ero incartata definitivamente. <<Ragazzi, sapete cosa stavo pensando?>> L’avevo giudicato male. Era tornato dal pianeta dei sogni per trarmi in salvo all’ultimo secondo. Grandissimo Andy, cosa stavi pensando, mio angelo custode? <<Cosa?>> domandai, distogliendo rapidamente lo sguardo da Cloud. <<Perché non facciamo una formazione fissa? Cioè, suoniamo sempre insieme noi quattro?>> <<Come un gruppo, vuoi dire?>> <<Esatto.>> <<Non è una brutta idea. E sempre nel nostro garage?>> <<Oui oui.>> <<…scrocconi.>>> Andy sparò una serie di parolacce e bestemmie in direzione di Cloud. <<Andy ma lo sai che fai schifo?>> fu il mio commento sbalordito. <<E hai pure la ragazza!>> <<Non una semplice ragazza, uno schianto…>> precisò Cloud. Cosa cosa cosa? Capii che stava solo scherzando, per fortuna. Andy aveva tutta l'aria di voler ricominciare, così li fermai. <<Dai, ragazzi, basta. Andiamo a cercare Maddie che è meglio.>>
9月20日 Stanza BannerCiao lettori!
Pochi ma fedeli u.u XD Innanzitutto vi ringrazio di cuore, perchè con il vostro sostegno anche in momenti di totale disperazione e blocco posso riuscire a continuare a scrivere =)
Ho deciso di creare questa stanza banner per fornirvi il codice di quel mezzo banner che mi sono fatta fare (non l'ho fatto io >.<' non so graficare ehmehm *schiarimento imbarazzato di voce*) e per esporre i banner di chi è stato abbastanza gentile da prendere il mio O.O potevo non ricambiare il favore? Mai e poi mai! Forse mi FARO' CREARE xD altri tipi di banner...per ora il blog è modesto, pochi visitatori etc etc...e c'è la versione unica XD
BANNER VERSIONE UNICA =P
(eddai...non mi guardate male...lo so che è una patetica copia di un banner XDXD però dai...*occhi dolci*)XDXD
Codice:
<div><a href="http://writerguitar.spaces.live.com/"><img style="width:129px;height:54px" title="Hosting Gratis SpaghettiFile.com" border="0" src="http://www.spaghettifile.com/data/2009_09_10/www.spaghettifile.com_img_642451.png" width="173" height="73" /></a></div>
AFFILIATI
OttavoEro in bagno a lavarmi la faccia e a tentare di togliere dai capelli i residui della decorazione. Avevo distrutto un’altra chitarra, solo che stavolta, per fortuna, si trattava di uno strumento di cioccolata. <<È stata un’idea balorda>> protestai, a faccia china sul lavandino, in direzione di Maddie che mi stava a guardare ritta in un angolo con un sorriso beffardo stampato sul suo bel faccino. Avevo all’improvviso voglia di piazzarle un cazzotto in mezzo agli occhi. <<Non era un’idea balorda, era molto divertente.>> replicò lei, immodestamente devo dire. Nel frattempo dalla sala arrivava il fracasso degli invitati che facevano festa. <<Non potevamo fare come le persone civili che spengono le candele? No, lei affoga le persone nella crema!>> <<A parte che era panna, e credo che tu lo sappia perché ne hai inghiottita parecchia…>> <<Io? Mi ci hai spinto dentro la faccia!>> <<…se fai come fanno tutti gli altri è una vita banale!>> continuò imperterrita <<In ogni caso, di là stanno ammazzando il tempo nell’attesa che tu scarti i tuoi regali.>> Sembra che si stiano divertendo anche da soli, pensai con una punta di panico da palcoscenico. <<Regali? Al plurale?>> <<No, al vezzeggiativo. E muoviti!>> Ricominciò a spingermi verso la sala. Meglio che ti togli quest’abitudine, commentai tra me e me, anche se sei la sorella di una semidivinità non vuol dire che non ti piazzerò quel famoso cazzotto in mezzo ai tuoi meravigliosi occhietti da fatina. Tornammo nella sala dove nel frattempo era apparso nel centro della stanza un pacco regalo alto e stretto, in carta bianca con un enorme fiocco argentato. Diedi un’occhiata agli invitati. I più aspettavano che scartassi il dono, ma qualcuno nel breve tempo in cui ero stata nel bagno era riuscito a sbronzarsi vergognosamente. Mio padre, ad esempio. Mia madre stava tentando di togliergli dalla mano il bicchiere stracolmo di birra, lui serenamente lo teneva al di fuori della sua portata, senza versarne una sola goccia constatai con ammirazione. E si amano, pensai, molto. Mistero della fede. Qualche cretino doveva aver offerto della birra a Laurie, il mio cane, perché barcollava qua e là per la stanza, malfermo benché fosse a quattro zampe. Che festa da cafoni, mi dissi. D’altra parte è la mia festa. Perciò scolai un boccale di birra (apparso dal nulla, a quanto sembrava), e già leggermente più vivace mi avvicinai al mio regalo. <<Allora>> esclamai forte e chiaro, perché tutti mi sentissero. <<Vediamo i miei regali da maggiorenne!>> Qualcuno mi bussò sulla spalla da dietro. Mi voltai. Cloud. Il mio cuore perse un battito. <<Vedrai, ti piacerà. È da parte mia…>> Oh, baby. <<…di Andy, di Maddie, di Claire e dei tuoi.>> Claire, la mia compagna di banco e di tante giornate al mare. Dato che era un’altra del gruppo degli ubriachi, (stava danzando una specie di valzer con mio cugino di quattro anni: sperai che almeno lui non avesse bevuto nulla) l’avrei ringraziata la mattina dopo. Anzi il pomeriggio dopo, quando le fosse passato il mal di testa da sbronza. Cloud mi porse allegramente un altro bicchiere di birra (ma da dove sbucavano a tale velocità), che io mi bevvi in un sol colpo: una volta preso il ritmo era facile, molto facile continuare. Glu glu glu, perciò prima di aprire il regalo ne presi un terzo e un quarto, mentre i presenti inneggiavano <<Sbronza, sbronza, sbronza…>> Ormai abbastanza brilla, mi diressi a passo malfermo verso il pacco. <<Ragazzi!>> sbottai come se lo vedessi per la prima volta in tutta la serata <<Cos’è questa scatola grande grande grande?>> <<E aprilo, scimunita!>> urlò qualcuno. Troppo su di giri per prendermela, cominciai a stracciare la carta. Nel mezzo dell’operazione ebbi cura di bermi il bicchiere numero cinque. <<Uuuuuuh, ragazzi! Grazieeeeee!>> esclamai. L’aumento a dismisura delle vocali era dovuto alla birra, suppongo. Sollevai una chitarra elettrica nera con una stella strana disegnata in bianco. <<Proprio quello che ti serviva>> rise Cloud. <<Scusami ancora per la tua vecchia chitarra. Mi sono fatto perdonare, no?>> Poiché ero praticamente ubriaca, mi sforzai di dire cose più o meno razionali. Il mio primo impulso era rispondere: “Baciami e vedrò cosa posso fare per te”. Preparai alla meglio una frase che suonasse un po’ più educata. <<Uh, ah, sì come no, certo…eh…>> Maledizione. Avevo sollevato la mano verso il suo volto. Non me n’ero nemmeno accorta! Pensavo di reggere di più all’alcol. Abbassai la mano e gli spazzolai la spalla. <<Era sporco>> dissi e arrossi furiosamente. Qualcuno alla mia destra cominciò a ridere istericamente. Mi voltai: Maddie. Chi altro se no? Si rotolava letteralmente per terra ululando dalle risate. <<Uh…uh…uh…era sporco!>> urlava a pieni polmoni, come se fosse la cosa più divertente che avesse mai sentito. A me, dal panico, la sbronza era passata di botto, come il vento soffia via le nuvole dal sole. <<Invece sì, era sporco…>> ringhiai. <<Oh, lascia perdere quell’alcolizzata di mia sorella.>> disse lui allegramente e mi spinse via <<Devi aprire gli altri regali!>> Il contatto delle sue mani sulle mie spalle mi provocò un brivido. Per di più avevo le spalle scoperte: Maddie mi aveva convinto a indossare l’unica maglia scollata che avevo. Mi domandai se lui avesse capito tutto e lo facesse apposta. Mi condusse di nuovo verso la tavolata. Oramai tutti i presenti erano sparsi in giro, non raccolti intorno alla torta come quando ero entrata. I miei compagni del corso di musica mi regalarono un disco, che non mi dispiaceva affatto perché lo avevo cercato per settimane nel negozio di dischi dello zio senza trovarlo. I ragazzi della scuola invece una felpa e una borsa. Una mezz’ora dopo, la festa si era più o meno calmata. Tutti ci eravamo trasferiti in un salottino comunicante con la sala. C’erano divanetti blu e neri, cuscini bianchi negli angoli e lava lamp colorate a illuminare, ma per il resto era molto buio. Tutta la gente si era riunita a gruppetti sui divani o sui cuscini a chiacchierare. Io ero con Andy, Maddie, Cloud e Claire, a cui stavo tenendo una borsa di ghiaccio sulla fronte per farle passare almeno un po’ la sbronza. <<Stavolta bisogna riconoscere il merito a Madda…>> cominciò Andy alzando un bicchiere (di Pepsi, però) per brindare <<È stato proprio un bel capolavoro di festa.>> <<Sì, sì!>> esclamammo noi, mentre Maddie, tutta lusingata, faceva dei gesti come per dire “ma no, non è stato niente”…poi disse <<E va bene, brindiamo à moi>> con il tono di una star che acconsente con i suoi fan scatenati ad un bis. <<Cin cin!>> esclamammo tutti. Persino Claire si era più o meno calmata, abbastanza da sollevare la sua acqua naturale e biascicare anche lei un <<Scinn scinn>> 9月13日 SettimoUna settimana dopo. Maddie mi legò una sciarpa viola sulla testa per coprirmi gli occhi. <<Vai, che ti guido io.>> Eravamo sulla soglia di casa mia. Mi spinse con cautela fino in strada, poi mi fece salire su una macchina. <<Cos’è, un rapimento?>> <<Sì, adesso zitta.>> Obbedii. Mi ero amaramente pentita di averla autorizzata di organizzare il mio compleanno. Indiscrezioni da Cloud ed Andy mi avevano rivelato che stava facendo le cose molto in grande, al contrario di quello che avevo in mente io, cioè una festa solo con noi quattro. Una volta scoperto che lei e Cloud erano fratelli, avevo notato che io e Maddie potevamo diventare buone amiche. Era una ragazza simpatica, in effetti. Quando ero tornata a casa il fatidico giorno dell’abbraccio a quattro, avevo festeggiato a notte fonda scolandomi una bottiglia di champagne aromatizzato alla pesca che avevamo nel frigo. Era a basso contenuto alcolico, ma ciò non mi aveva impedito di finire sbronza nel letto cantando Hey Jude, e avevo finito per addormentarmi alle due. Il giorno dopo a scuola avevo recuperato il sonno perduto facendo un pisolino durante l’intervallo. <<Dove stiamo andando?>> <<Nel covo dei rapitori.>> <<Non hai esagerato, vero?>> <<E dai, compi diciotto anni!>> <<Cos’era, un sì?>> <<Zitta e scendi: siamo arrivate.>> Maddie mi spinse giù dall’auto, facendomi inciampare e cadere faccia a terra. <<Oddio Alex…sei di un’imbranataggine.>> <<Cammina tu bendata e io ti spingo, poi si ride!>> protestai dall’asfalto. Mi afferrò sotto le ascelle e mi tirò su come un bambolotto, poi mi afferrò per il polso e mi trascinò <<Attenta, gradino.>> <<Oh, meno male.>> commentai acida. Tastando con il piede, scavalcai lo scalino e sempre tastando (oramai del mio cane guida non mi fidavo più) avanzai. Facemmo un'altra decina di passi, poi Maddie mi mise davanti a lei e poggiò le mani sul nodo che mi legava la sciarpa attorno agli occhi. <<Pronta, chitarrista senza chitarra?>> <<Sì, sono pronta, comica.>> <<Ta dan!>> urlò lei e con un gesto plateale slegò la sciarpa e se la gettò alle spalle. <<Tanto era di mia cugina.>> commentò lei, pulendosi le scarpe sullo straccetto che ormai la sciarpa era diventata. Io non la stavo ascoltando. Guardavo la scena di fronte a me. Era a dir poco pazzesco che fosse riuscita a fare tutto con solo una settimana di preavviso. Quella pazza scatenata aveva affittato l’intera sala principale di una pizzeria (di cui ignoravo nome e ubicazione, perché mi aveva bendata) e c’era uno striscione giallo, appeso sulla parete proprio di fronte a me, con sopra scritto “Finalmente 18”. Solo Maddie poteva scrivere una cosa tanto idiota quanto adorabile…anche perché se l’avesse scritta chiunque altro – persino Cloud, forse – mi avrebbe dato addosso un terribile nervoso. Una tavola con una tovaglia di carta bianca correva lungo le tre pareti della stanza, lasciando libera solo quella da cui ero entrata. Dietro la tavola… Tentai di fare un rapido calcolo mentale: lì c’erano decine e decine persone. Una trentina come minimo. Cloud ed Andy, in effetti, erano gli unici che avessi invitato io oltre a Maddie. C’erano i miei genitori, una fitta schiera di zii, zie e cugini e cugine, i miei amici della scuola e quelli del corso di musica. Il mio insegnante di chitarra teneva in braccio il mio cane e se ne stava buono e zitto in un angolo, forse chiedendosi com’era finito in mezzo a tanto chiasso, lui che era così timido. Giusto sotto lo striscione, sulla tavola stava una torta bianca. Già da lontano, si vedeva che il disegno era una chitarra in crema di cioccolato. Maledetti! ringhiai allegramente tra me e me. Molto probabile era che fosse stata quel bel tipo di Maddie a ordinarla. Mi bastò un’occhiata alla sua faccia soddisfatta mentre faceva scorrere lo sguardo sul suo operato, per averne conferma. Tutti scoppiarono in applausi, gridando tanti auguri a te, tanti auguri a te. Cloud cantava benissimo. Come un angelo. Tutto quello che mi riuscì di fare sul momento fu spalancare la bocca per cinque secondi e poi uscirmene con un: <<Oh mamma.>> Silenzio assoluto. E poi di nuovo quella folla scoppiò in un boato di risate; io riuscii appena a chiudere la bocca mentre Maddie – accidenti a lei – mi spingeva verso la torta. Notai l’assenza di candeline. Guardai la panna. <<Ma bene>> commentai <<Cosa spengo, scusa?>> <<Tu? Tu non spegni proprio niente.>> replicò lei. E mi spinse la faccia nel bel mezzo della torta. 9月5日 Sesto<<Grazie ragazzi, è andata.>> dissi staccandomi. <<Perfetto. Colgo l’occasione per scambiare due parole con te.>> esclamò Maddie, prendendomi sottobraccio. Ero ancora nel mondo Amicizia-E-Amore-Per-Tutti in cui mi aveva sbattuto l’abbraccio, per cui non mi diede alcun fastidio. <<Cose di donne.>> commentò Andy. Maddie si fermò, si voltò e cominciò a picchiarlo con uno dei cuscini sulle casse. Allegra, cominciai a farlo anch’io. Mi sentivo in grazia di Dio, sia per l’abbraccio di Cloud che per l’abbraccio a quattro. <<Per solidarietà maschile, non posso tirarmi indietro.>> commentò Cloud. Mi prese in pieno nella nuca con il suo cuscino. <<Quanto sei scemo, mi hai colpito con la zip!>> <<Ma stai zitta!>> <<Ahio! Chi è stato?>> <<Io!>> <<No, io!>> <<A momenti mi facevi cadere!>> <<Te lo saresti meritato!>> <<Basta!>> Questa era una voce nuova. Ci fermammo tutti e quattro e ci girammo in direzione di chi aveva parlato. <<Visto che macello avete combinato?>> commentò la donna sulla soglia. Era alta, tondetta e portava i capelli corvini in uno chignon. E aveva gli occhi cerchiati…chi mi ricordava? Effettivamente, un cuscino era scoppiato e c’erano piume ovunque, le casse erano rovesciate quasi tutte ed Andy era caduto a capofitto sulla batteria durante la lotta, provocando gran parte del casino che probabilmente aveva richiamato la donna. <<Oh…Alex, ti presento nostra madre.>> <<Uh…piacere.>> commentai, stringendole la mano. …un attimo. Nostra? Sperai di non fare le mie solite pessime figure. <<Nostra…di chi?>> <<È anche la mia mamma, capito?!>> esclamò Maddie. Diede uno spintone a Cloud, che ricambiò, mentre la madre li guardava sconsolata. Il mio cervello ci impiegò poco per immagazzinare l’informazione. Maddie e Cloud erano fratelli. Un sorriso scemo mi si dipinse automaticamente sul volto, mentre scrutavo uno a uno tutti i presenti, e li vedevo tutti straordinariamente belli. Uno però se lo meritava davvero. <<He…he…he…>> ridacchiai stupidamente. Maddie fece andare su e giù una mano davanti al mio volto. <<La Sprite ti fa sempre quest’effetto?>> Mi costrinsi a tornare sulla Terra. Scossi violentemente la testa e commentai, piena di buona volontà: <<Beh, mi sembra il caso di mettere a posto questo casino.>> <<Finalmente una persona di buon senso.>> replicò la signora. <<L’aspirapolvere lo trovate lì.>> Ci indicò un armadio nel fondo nel garage. Aspettai che la madre uscisse. <<Ma qua dentro ci tenete tutto tranne che le macchine?>> Maddie, Cloud ed Andy risero. <<Comunque, ragazzi, siete ufficialmente invitati alla mia festa di compleanno.>> Alex? Cosa dici? Tu non hai organizzato nessuna festa di compleanno. Ma dovevo pur trovare un motivo valido per darmi alla pazza gioia. Non potevo dire “Festeggiamo la scoperta che il ragazzo meraviglioso che ho conosciuto questa mattina è il fratello di quella smorfiosa a cui sta sempre appiccicato”. <<Ah, con i tuoi amichetti della scuola?>> commentò Cloud. <<No, scemo.>> <<Scusa, chi c’è oltre a noi tre?>> <<Io.>> <<E basta?>> <<Esatto.>> <<Carino.>> disse Maddie. <<Te la organizzo io.>> <<....Okay>> Mi trovavo decisamente in grazia di Dio, tanto da non pensare che accidenti ci fosse da organizzare per quattro persone. Prima di iniziare a pulire, la sorella di Cloud (evviva!) mi tirò in disparte di nuovo, in un angolo del garage. <<Era questo che ti dovevo dire>> mi disse all’orecchio <<Io e Cloud siamo fratelli>> Eh, l’avevo capito, sai. <<Ehm, va bene.>> replicai con mal simulata indifferenza. <<Non far finta che non te ne freghi niente!>> rise lei, perfida. <<Si vede da come mi guardi male ogni volta che ci sfioriamo.>> Oh, Dio del cielo. <<Non capisco di che parli>> ringhiai. L’impressione era che capissi benissimo di cosa parlava. <<Non glielo dirò finché non ti sentirai pronta tu.>> mi assicurò. E così, superai l’avversione per Maddie. Immagino. Passammo il resto del pomeriggio a pulire il garage. Non mi ero mai divertita tanto facendo delle pulizie. Cloud tentò di risucchiare i lacci delle mie scarpe con l’aspirapolvere, e io lo colpii con uno strofinaccio. Sarebbe stato un bel compleanno.
Qualche giorno fa, parlavo con una lettrice (scrittrice anche lei XD) di quanto sia difficile inserire dei colpi di scena in un romanzo realistico, senza generar l'"effetto Beutiful". Quindi, ho provato a mettere un "colpettino" di scena qui. Ditemi che ne pensate =D. 8月22日 QuintoScesi dal taxi. Per fortuna era un taxi diverso da quella mattina, altrimenti a vedermi così allegra il tassista si sarebbe insospettito. Magari gli avrei potuto dire che mio padre era improvvisamente guarito. Seduti sui gradini dell’entrata degli studi, c’erano Andy e Cloud. Li salutai con la mano. <<La nostra chitarrista!>> esclamò Lui allegramente. Aprii la bocca per rispondere. <<Ragazzi! Scusate il ritardo!>> mi interruppe una voce…sgradevolmente familiare. No, no, no…mi girai, molto lentamente. Occhi verdi e capelli neri. Fastidiosamente bella. E correva verso di noi. <<Maddie! Non sapevo che venivi anche tu!>> dissi con un sorriso congelato. Ma chi l’ha invitata? Chi ha osato invitarla? E perché? Cosa accidenti suona questa tipa? I campanelli delle case quando va a vendere porta a porta i biscotti dei boyscout? urlai mentalmente. <<Ciao, ciccia.>> Ciccia a chi? Mi baciò sulle guance per salutarmi. Chissà se aveva in tasca anche i trenta denari. Ricambiai. Potevo evitare di dannarmi sui capelli, i vestiti…visto che veniva anche lei, potevo tranquillamente presentarmi in tuta. Cloud la prese sottobraccio. Amichevolmente, sperai. <<Devi sapere, Alex, che questa è la nostra batterista di fiducia.>> Maddie mi mostrò due bacchette nere decorate con delle fiamme multicolori. La batterista? Eh no! A suonare con questa no! <<Ah. Wow.>> spiccicai. E che cavolo. Un’atmosfera di gelo calò su noi quattro. Io cercavo di non fissare le braccia di Cloud e Maddie intrecciate e mi ero concentrata su una macchia sui gradini straordinariamente interessante. Fu Andy (ah, Andy! santo, santo ragazzo!) a rompere il silenzio. <<Allora, andiamo?>> Quei due piccioncini annuirono, mentre io cascai dalle nuvole. <<Dove, scusa?>> <<Volevi suonare per strada?>> <<Magari ci danno qualche monetina.>> intervenne Cloud. <<Io e Cloud suonavamo già insieme, nel garage sotto casa sua.>> disse Andy. <<Ah. Va bene, perfetto. Andiamo.>> Ci incamminammo. Maddie e Cloud sempre sottobraccio. Cominciavano a venirmi i nervi. Nel frattempo riflettevo. La situazione si faceva seria. Non era più un’ipotesi quella dell’amicizia strettissima: ci mancava soltanto che passeggiassero abbracciati. Però, se stava per mettersi con Maddie, Lui non mi avrebbe chiamata “bella”. Che poi era un giudizio molto opinabile. Che posso fare, che posso fare? Continuai a camminare rapida, finché qualcuno mi prese la mano: mi fece bloccare di botto, e inciampare per di più sui miei stessi piedi. Stavo per piombare a terra all’indietro, quando sempre la stessa mano tolse la presa dalla mia e mi prese per la vita da dietro insieme all’altro braccio, per non farmi cadere. Fu solo allora che mi risvegliai del tutto dalle mie riflessioni. Piegando la testa, vidi il mio salvatore. Sempre Lui. Il cuore cominciò a battere decisamente troppo forte. Ancora un po’ e sarebbe fuggito. Aveva le mani intorno alla mia vita! Per non farmi cadere! L’adolescente gridolina che era in me, assopita, si risvegliò e cominciò a correre in tondo urlando. Invece io, che avevo (quasi) diciotto anni e mi si richiedeva un minimo di maturità, rimasi a fissarlo a bocca aperta. Aveva mollato il braccio di Maddie per afferrare me! Continuammo a fissarci, io pressoché a testa in giù. <<Eravamo arrivati.>> disse lui infine. Evidentemente stavo per oltrepassare la porta senza accorgermene. Lui per fermarmi mi aveva preso la mano e stava per farmi cadere. Cloud mi ritirò su e io annaspando un po’ ritrovai l’equilibrio. Maddie mi guardava. Non sembrava affatto gelosa, anzi. Piuttosto incuriosita. Chi la capiva, quella.
Cloud ci fece entrare nel garage. In un angolo c’era il suo basso e in fondo alla stanza c’era una batteria già montata. Sulla destra, una tastiera. <<Più che un garage mi sembra un negozio.>> commentai sorridendo. Mi tolsi la chitarra dalla spalla, e la appoggiai al muro. Andy che sembrava trovarsi a suo agio aprì un mini frigo dietro la porta e tirò fuori quattro bibite. <<Fai come se fossi a casa tua!>> disse Lui, fingendosi seccato. Si prese una lattina, imitato da me e da Maddie. Trascinammo vicine quattro casse con sopra dei cuscini rossi e ci sedemmo lì per bere. Spero che ti vada di traverso, ringhiai mentalmente. Cloud prese degli spartiti e ce li mostrò. Erano decisamente al di là della mia portata. Ovviamente non mi azzardai a dirlo. Ci alzammo per cominciare a suonare. Io continuavo a scrutare un accordo che non conoscevo assolutamente, mentre gli altri avevano già preso posto. <<Alex? Ci sei?>> Eh. Ci sono. Purtroppo. Presi la mia chitarra e nel raggiungere gli altri la sbattei violentemente contro il muro. <<Oh, no!>> esclamai, portando le mani alle guance. L’ho scampata, per stavolta. Però la mia chitarra era pressoché distrutta. L’avevo sbattuta troppo forte: pensavo solo di rompere una corda in modo da evitarmi di dover suonare. Cloud prese i poveri resti della mia chitarra. <<Eh…non sai quanto mi dispiace…credo sia irrecuperabile.>> disse. Io guardai la chitarra. Era la stessa da quando avevo iniziato a studiare musica, cioè da quando avevo undici anni. Sette anni di strimpellate sbattute contro un muro. Se adesso che mi considerava “quella che gli ha sbattuto la porta in faccia” e mi era toccato distruggere la mia chitarra per risparmiarmi una figuraccia, che diavolo avrei dovuto sacrificare in seguito? Mi sentivo sempre più vicina a precipitare. Presi tra le braccia i resti della chitarra. <<Era sette anni che ce l’avevo.>> dissi con voce strozzata. C’era perfino la firma del chitarrista del mio gruppo preferito. Me l’ero fatta firmare quando ero andata ad un concerto. E se avessi inscenato una crisi di pianto? Magari per consolarmi mi sarebbe rimasto vicino. Mi impegnai a pensare alle cose più tristi che mi fossero mai capitate. La mia chitarra spaccata, innanzitutto. Poi pensai ad un concerto a cui sarei voluta andare, la nonna che era morta, il mio primo cane finito sotto una macchina… Mi sentivo gli occhi secchi come pozzi esauriti. Nemmeno una lacrima? Che diamine, ero così insensibile? Una lacrima minuscola scese lungo la guancia. Decisamente insensibile. Bah. Mi strofinai nervosamente la mano sulla guancia per asciugarla, delusa. <<E dai, non è il caso di fare così per una chitarra>> esclamò Cloud, e mi abbracciò. Mi prese decisamente di sorpresa, anche perché non stavo disperandomi così tanto. <<Posso unirmi?>> esclamò Andy allegro, ed abbracciò noi due. Maddie lo imitò. Eravamo un unico grosso allacciamento. Persino l’odio cieco verso Maddie scomparve. Mi colpì il fatto che loro tre fossero abituati ad un’amicizia così profonda da essere pronti a consolarsi perfino dopo aver semplicemente rotto uno strumento. E con una ragazza appena conosciuta, appunto. Ho ricercato spesso, in seguito, cosa avvenne durante quell’abbraccio a quattro, ma come spesso accade, non l’ho più ritrovato. Fu da quel momento, credo, che nacquero i North Sound. 7月29日 QuartoEntrai nel negozio di dischi sotto casa. Salutai mio zio, il gestore, poi iniziai a vagare tra gli scaffali cercando una colonna sonora adatta alle mie fantasticherie. Come sempre quando entravo in quel negozio avrei voluto portarmi via tutto compresi gli LP d’epoca, quelli enormi da grammofono. Ne esaminai uno, (non si capiva bene di chi era) poi lo rimisi a posto. Rovistai distrattamente tra le offerte speciali. Niente. No line on the horizon, degli U2. Occhi cerchiati e mani perfette. Grace, di Jeff Buckley. Labbra piene e sorriso enorme. Senza accorgermene cominciai a rovistare sempre più velocemente tra i dischi, sbatacchiando le custodie. Dovevo fare un gran rumore. Non me ne accorsi, finché Lia, la ragazza che lavorava lì da un paio di mesi, mi tirò via di peso. <<Nervosa?>> <<No, è che non sono passata ai provini.>> Eravamo buone amiche, anche se lei stava per presentare la sua tesi di laurea (su che cosa non mi era ancora ben chiaro) ed io invece ero al quarto anno di ragionerie. Una ragazza stravagante. I suoi capelli erano di un rosso quasi ridicolo ed aveva un po’ di chili troppo, ma era di quelle ragazze che sanno essere belle anche se tondette. <<E che ti frega, tanto dovevi apparire per cinque secondi.>> Lia, quando le parlavi di un problema, aveva la sgradevole tendenza a trasformarsi in una sorta di pseudo-mamma. << Giusto. Adesso devo studiare. >> << E no! Oggi non c’è nessuno. >> La ignorai (molto maleducatamente, devo ammettere) e corsi via. Impossibile che fossi gelosa di una persona che conoscevo da una mattinata. E poi, anche normalmente, la gelosia non faceva parte del mio carattere. Che aveva di diverso questo ragazzo? Va bene, sì, era irrealmente bello, ma era mia regola non farmi confondere da nessuno. Salii a casa e liquidai mia madre con un rapido <<No, non mi hanno presa.>> ed entrai in camera, chiudendo la porta a chiave. Presi il primo cd che mi capitò sottomano, e lo misi a tutto volume. Me lo aveva regalato mio zio, appunto, quando aveva aperto il negozio. In tutta sincerità, non mi piaceva, però era molto adatto. Era assordante. Mi piacevano il rock e l’heavy metal, ma quando si esagera. Mi buttai a pancia in giù sul letto. Manteniamo la calma. Innanzitutto, cos’era che mi agitava tanto? Cominciai a strapazzarmi i capelli castani. Forse la consapevolezza di essere tanto inferiore a Maddie? Io ero pressoché insignificante. Capelli castani, occhi neri… Mi sedetti a gambe incrociate e presi la chitarra. Mi misi a fare e rifare un esercizio per le dita che avevo studiato da poco. La melodia che scaturiva dalle corde, al contrario del solito, non riuscì a calmarmi. Proprio per nulla. Accelerai il ritmo finché le note divennero soltanto un disordinato guazzabuglio. Riposi con cura la chitarra e cercai un libro che potesse calmarmi. Occhi cerchiati labbra piene mani perfette. Uffa. Mi decisi finalmente a chiamarlo. Con che pretesto, chissà. Forse di riunirci a suonare insieme ad Andy? Era un’idea. Presi il cellulare e premetti molto lentamente, uno alla volta i tasti. Rubrica…cerca…C….scorri… Eccolo là. Cloud. Sembrava quasi che quel tasto con la cornetta verde fosse diventato il tasto dell’autodistruzione. Oh, basta. Partì la chiamata. Oh, oh, oh, Alex, cos’hai combinato? <<Pronto?>> Non avevo mai pensato alla sua voce. Troppo occupata a guardarlo. Era bellissima anche la voce. Per me sa anche cantare, pensai. <<Sì, ciao, sono io…Alex>> <<Chi?>> Eccolo là. Punto gioco partita. Il mio cuore precipitò a ballare il valzer con i lacci dei miei scarponcini rossi. <<Eh…Alex. Ci siamo conosciuti stamattina.>> <<Ah, certo! Sei tu! Quella che mi ha sbattuto la porta in faccia!>> Non lo stesso effetto di “quella che mi ha rubato il cuore appena l’ho vista”, però era sempre qualcosa. <<Esatto.>> <<Dimmi, bella.>> Devo urlare. Devo urlare. <<Che ne dici di provare a suonare qualcosa? Con Andy, che dici?>> Silenzio. Oddio, adesso riattacca, pensai. <<È una buona idea. Questo pomeriggio ci sei?>> L’energia che mi si era accumulata dentro era tanta che cominciai a passeggiare su e giù. <<Sì certo. Sempre davanti agli studi, vero?>> <<Va bene. Avviso io Andy>> <<Certo. Fammi sapere l’ora precisa. Ciao.>> <<Ciao.>> Staccai e riattaccai all’armadio due poster, presi le coperte e le gettai per aria per poi rifare il letto (male), poi aprii l’armadio e mi misi a scegliere cosa mettermi quel pomeriggio. Alla fine scelsi una maglietta nera con la scritta a disegni colorati “LUCKY 13” e un paio di jeans sbiaditi. Sperai di sembrare almeno accettabile. Ripresi la chitarra e continuai a fare l’esercizio. Il batticuore, invece di diminuire, era aumentato, ma era un batticuore positivo. Canticchiai perfino un motivetto sopra l’esercizio che stavo eseguendo. Alla fine misi giù la chitarra e decisi di festeggiare. Me ne andai in cucina. <<Cosa ti è successo?>> mi chiese mio padre. Mi venne in mente che secondo il tassista di quella mattina lui doveva essere malato e mi venne da ridere. Così mi accorsi che un sorrisone stampato sulla faccia ce l’avevo già. <<La febbre di primavera!>> esclamai. Poi scoppiai a ridere. I miei genitori si guardarono in faccia. <<Capisco che fa freddo per essere giugno, ma addirittura la febbre di primavera…>> Risi ancora di più, circondai il collo di mio padre con le braccia e gli schioccai un gran bacio sulla guancia. Il mio cane, Laurie (un piccolo bastardino nero e bianco dal muso rotondo e dolce), affascinato da tanta allegria, prese a scodinzolare e a saltellare su e giù. Io lo presi in braccio e mi misi a girare in tondo freneticamente. Finché sbattei con violenza la testa contro il frigo. Ah, l’amore.7月11日 TerzoQuando tornai dal bagno, con un colorito decisamente migliore (avevo tuffato la faccia dentro il lavandino per riprendermi) vidi che al nostro tavolo si era seduta una ragazza dai capelli neri e lisci, dritti dritti e lunghi fino al mento, con la scriminatura centrale, e gli occhi verdi. Era molto bella. Più della sottoscritta sicuramente. Appena mi vide, si alzò (si era seduta al mio posto) e mi salutò. Aveva un'espressione invadente. Non mi piaceva affatto. <<Io sono Maddie, piacere.>> <<Alex. Se vuoi siediti, io mi prendo una sedia…>> Mentre trascinavo una sedia e Maddie, Andy e Cloud riprendevano a chiacchierare, mi sentii stranamente esclusa. Come se l’arrivo di Maddie mi avesse improvvisamente tagliata fuori. Non potevo fare a meno di sentirmi insignificante accanto a lei. Mi prese un’incredibile voglia di togliere il disturbo. E di fretta anche. Via, subito! Mi squillò il cellulare, mentre pensavo affannosamente a un modo per svignarmela. Poggiai la sedia, mentre gli altri tre smettevano di parlare e si voltavano verso di me. <<Pronto?>> Coprii il telefono con la mano e bofonchiai la parola <<Mamma>> poi rassicurai la mia interlocutrice dicendo che ero rimasta a pranzare in pizzeria. <<Potevi avvertire un po’ più tardi.>> <<No ma torno subito. Faccio un giro e torno che devo studiare delle cose. Ciao.>> Richiusi. <<Devi studiare?>> chiese Maddie. Non so perché, mi parve di avvertire un tono curiosamente ironico. Sarà che fin dall’inizio quella ragazza non mi era affatto piaciuta. Mi sembrava quasi che mi avesse rubato la scena in qualche modo; Maddie, Andy e Cloud si conoscevano già e il suo arrivo mi aveva donato definitivamente la parte dell’incomodo. <<Sì, credo che me ne andrò, tanto la mia pizza è immangiabile.>> Andy si chinò ad allacciarsi le scarpe. Scambiai il numero di telefono con Andy e Cloud e mi avviai verso casa, con la chitarra in spalla. Dovevo assolutamente riflettere. Su che cosa non lo sapevo, ma ero in quel particolare stato di animo tra l’euforia e la voglia di tranquillità. In altre parole, quando non chiedi altro che sdraiarti in camera e alzare la musica per ricapitolare un secondo. Non che fosse successo questo granché. Sapevo che non dovevo aspettarmi troppo, in fin dei conti conoscevo Cloud da una mattinata. Per quel che ne sapevo poteva benissimo avere un’amicizia – di quelle giusto un filo meno dello stare insieme – con Maddie. Per dirla più precisamente mi sentivo come quando, due estati prima, mi ero tuffata da sette metri di scogliera, o meglio quando ero sul ciglio della roccia. In aspettativa. Sapendo che il volo poteva essere molto eccitante ma anche pericoloso e pauroso, e chiedendomi se non fosse meglio rimettersi le infradito e ridiscendere dal sentiero. Ovviamente alla fine, avevo fatto il salto. Avevo rischiato l’annegamento, ma l’avevo fatto.
Perdonatemi, questo è un pò corto, ma avrei dovuto postare cinque pagine di Word @.@ ..mi sembrava un tantino esagerato. Vorrei approfittare per ringraziare le mie redattrici C, Y e M. Grazie darling! 7月3日 SecondoCom'era quella canzone? Perchè nemmeno io / riesco a credere che un dio / si sia un pò distratto / perdendo un angelo davanti a me. <<Eri qui per i provini della pubblicità?>> domandai. <<Sì, ma stavo uscendo perché sono arrivato troppo tardi e non mi hanno fatto entrare.>> Se era in ritardo lui, figuriamoci io. La notizia mi provocò appena una piccola punta di fastidio in un angolo remoto della mia mente. Ero occupata a guardargli la mano che teneva il fazzoletto sul naso. <<Anch’io ero qui per quello, però evidentemente non faranno più entrare neanche me. Suoni?>> <<Altrimenti non sarei qui.>> Mi sembrò un pochino seccato. Dieci minuti dopo, il naso aveva più o meno smesso di sanguinare. Senza dire niente, Cloud si avviò fuori dal bagno, frettoloso. Io subito dietro. Vecchio mio, ti starò addosso come un agente del controspionaggio! ringhiai tra me e me. Con un balzo mi portai al suo fianco e adattai i miei passi ai suoi. <<E cosa suoni di bello?>> Mi scrutò nervoso. Un altro pò e mi picchia, pensai. <<Il basso.>> Esitò. Dai, dai…<<E tu?>> Un bel passo avanti. <<Io sono una chitarrista.>> <<Ho visto. Ma perché te la porti dietro? Tanto devi suonare con gli strumenti che ti danno loro.>> Ah. <<Eh…io sono affezionata alla mia chitarra personale.>> <<Hai detto che ti chiami…Alex?>> Qualcosa nel mio petto fece le capriole. L’avevo fatto parlare! Annuii. <<E non è un nome strano?>> …senti chi parla. <<Sì, in realtà mi chiamo Alessandra. Scusa, tu non ti chiami davvero Cloud, no?>> Lui ridacchiò. <<Invece sì.>> Intanto avevamo continuato a camminare ed eravamo arrivati nell’atrio. <<Aspetta un attimo>> disse <<Dovevo aspettare un mio amico che è dentro.>> Si voltò verso di me. <<Resti o te ne vai?>> Andai nel pallone. <<Eh…come? Ah, eh….avrei un…no, beh…resto qua.>> Potevo coordinare meglio i concetti, lo ammetto. Nel frattempo ci aveva raggiunti un ragazzo biondo, con i capelli molto ordinati e gli occhi chiari. Era molto elegante, ma in maniera curiosa, a dire la verità. Aveva un’aria molto inglese. Diede un colpetto alla spalla di Cloud, e salutò me con la mano. <<Ah.>> disse lui <<Alex, ti presento Andy. Andy, Alex.>> Gli strinsi la mano. <<Allora, sei passato?>> chiese Cloud al biondo. <<No……c’era un altro che suonava le tastiere che aveva una tale faccia da tastierista…>> <<Scusa, com’è la faccia da tastierista?>> intervenni io. <<Così.>> Andy fece una smorfia grottesca, arricciò il naso, strizzò gli occhi e tirò fuori la lingua. Continuando a scherzare, ci avviammo per la strada. <<Noi andiamo a pranzare in pizzeria. Vuoi venire?>> mi chiese Cloud. Se solo avessi potuto mettermi a correre in cerchio urlando. Avevo una tale voglia di gridare la mia euforia! Avevo qualcosa nel petto che saltellava. Sorrisi. <<Certo!>> Avrei voluto lucidare le scarpe di Andy. Era grazie a lui che avevo rotto il ghiaccio. La creatura dentro al mio petto passeggiava su e giù, euforica, e ogni tanto rimbalzava contro il cuore, facendolo vibrare incredibilmente.
Entrammo in pizzeria e ci sedemmo ad un tavolo. Mi sentivo come in compagnia di vecchi amici. La pizzeria aveva un arredamento alquanto originale, con quadri d’arte moderna alle pareti e tavolini di vetro. Mentre aspettavamo che arrivassero le pizze, parlammo ininterrottamente, così scoprii che Andy e Cloud avevano un anno più di me, cioè diciannove (in realtà io ne avevo diciassette, ma ne avrei compiuti diciotto entro una settimana) e avevano finito il liceo classico l’anno prima. Io con le mie ragionerie – quarto anno – non mi sentivo molto in vena di parlare di scuola…così tentai di spostare con cautela l’argomento sulle ragazze. Sperai di non sembrare troppo interessata. Per fortuna ancora una volta quel santo ragazzo di Andy mi venne in soccorso, chiedendomi se ero fidanzata. Lo presi un po’ in giro per la domanda. <<No>> risposi poi. Presi fiato. O la va o la spacca. Che poi non l’ho mai capito questo detto. Se la va, dove? E se si spacca? Non tergiversiamo. <<E voi?>> Aggiunsi il voi, per precauzione. <<Chi di noi due ti interessa?>> chiesero, ridendo. Li gratificai di un’occhiata fulminante. Fu Andy a rispondere. <<Lui, no, perché è antipatico.>> Cloud lo picchiò in testa con un grissino, mentre io avvertii all’improvviso il bisogno irrefrenabile di stappare una bottiglia di spumante. <<Io invece sì.>> <<Povera ragazza.>> risi io. <<È tutta gelosia!>> <<Ma di che cosa?>> <<Del mio fascino.>> Io tentai di rovesciargli addosso il mio bicchiere di aranciata, ma lui si abbassò di scatto e la bevanda centrò in pieno la mia pizza in mano alla cameriera che era arrivata nel frattempo. Avrei dovuto ricordarmi di annacquare la pizza con salsicce e cipolla con un filo di aranciata. Non era affatto male. Dopo un po’ di bocconi, mi precipitai in bagno, tra le risate dei miei due, almeno speravo, nuovi amici. 6月24日 PrimoVenni svegliata dal fastidioso squillo della sveglia. La afferrai e la scaraventai attraverso la stanza. Mi rigirai sulla pancia e abbracciai il cuscino, non ancora del tutto lucida e consapevole che gli occhi si stavano richiudendo di nuovo. Fu per questo che la frase di mia madre, quando entrò per aprire la finestra ( e constatare i danni fatti al muro dalla mia sveglia ), ebbe l'effetto di una secchiata d'acqua gelida sulle spalle.
- Scusa Ale, non avevi i provini questa mattina? -
Cosa cosa cosa? Provini?
- Quali provini? - masticai a fatica.
- Come, quali provini -
- Cazzo! I provini! -
- Cerca di moderare il...-
Mia madre non fece in tempo a finire. Mi ero già più o meno vestita ed ero in cucina per procacciarmi un goccio di caffè. Avevo partecipato a dei provini per apparire (cinque secondi, fotogramma più, fotogramma meno) in una pubblicità in cui c'era un gruppo che suonava da sottofondo a una voce fuori campo che decantava i miracolosi vantaggi di non ricordo più cosa.
In tre morsi inghiottii una brioche e uscii volando giù per le scale.
Cinque minuti dopo ero di nuovo in casa, spedendo maledizioni al genere umano, per prendere la chitarra e la lettera che mi avevano spedito dopo che avevo superato la prima selezione.
Dieci minuti, e via, di nuovo in strada.
- Oh. Mio. Dio. -
esclamavo ad ogni passo.
Cercai un qualsiasi mezzo di locomozione che potesse portarmi in tempo agli studi. Un taxi, un pullman, una jeep, un aereo. Un risciò.
Dovevo essere simile ad un cartone animato. Al passaggio di un taxi, agitavo freneticamente le braccia urlando, per poi farle ricadere quando vedevo che era occupato.
Non sarei mai arrivata in tempo a piedi, anche correndo come una disperata. Perciò, sprezzante del pericolo, mi parai di fronte al primo taxi che passò, a braccia larghe. Deve fermarsi per forza, pensai.
Mi accorsi che era libero.
Scesi dal taxi e ringraziai di cuore il tassista che era passato col rosso quando gli avevo spiegato la gravità della mia siuazione. Era un uomo gentile. Mi fece gli auguri per mio padre che per quanto ne sapeva lui, era nell'ospedale di fronte agli studi, gravemente malato e con massimo una settimana di vita per via di una rarissima forma di cancro. Avevo fatto molti scongiuri mentre glielo dicevo.
Aspettai che si allontanasse, poi attraversai di corsa la strada ed entrai negli studi. Mostrai al custode la mia lettera.
- Guarda, Alessandra.... -
- Mi chiami Alex -
- Sì, Alex, comunque sei parecchio in ritardo. La porta è quella, ma non so se...-
Scattai velocissima, e aprii la porta indicatami con una violenta spinta per pura inerzia.
- Ahio! -
Ecco, ti pareva. Avevo preso in pieno un tizio che stava dietro la porta. Con la buona stella che mi stava facendo visita quella mattina, era molto probabile che fosse il regista.
Aprii la porta.
Steso per terra, con una mano sul naso sanguinante, c'era un ragazzo che fece vacillare per un attimo la mia percezione dell'universo. Mi rifiutavo di ammettere che potesse esistere tanta bellezza..
Aveva i capelli neri, gli occhi cerchiati. Le mani erano assolutamente perfette, bianche e sottili, e le labbra piene. La visione perfetta, era però guastata dal torrente di insulti che il ragazzo mi riversava addosso.
Forse non è il modo migliore per fare amicizia con qualcuno (amicizia in seguito da trasformare in qualcosa di pù profondo, s'intende), sbattergli la porta in faccia.
Mi riscossi dal torpore, e lo accompagnai in bagno. Gli tamponai il naso con un fazzoletto inumidito.
- Comunque, io sono Alex. -
- Io Cloud -
Una conversazione breve. Avrei dovuto lavorarci.
Non ti mollo, pensai. Promesso.
Per favore, ditemi cosa ne pensate. Vi prego di leggerlo tutto. Non costa niente, giusto? Solo un pò di tempo. Se otterrò parecchi pareri negativi, vi garantisco che chiuderò il blog e non scasserò più. xD |
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